|

Ermellino
Stout
(Mustela glacialis)
© Vitantonio
Dell'Orto
Il salto dell'Ermellino
Pubblicato
in "L'immagine raccontata" di Oasis 156, ott.04
Andøya, isole Vesterålen, giugno. Scendo dall’auto per
fotografare una motoslitta abbandonata per il periodo estivo in un campo fiorito
a botton d’oro, montagne e mare sullo sfondo. Ad un tratto vedo arrivare
caracollando lungo lo sterrato un piccolo essere zampettante. Sulle prime non
realizzo, mi pare un piviere o una cesena ferita… no, è un ermellino con un
piccolo roditore in bocca. Mi punta direttamente contro, poi a quattro metri di
distanza scarta bruscamente lungo il fianco della strada e con una prodigiosa
serie di balzi da sasso a sasso si rifugia nella tana, collocata sotto un grande
sorbo dai mille tronchi, in posizione, ahimè, oltremodo angusta su una
pietraia.
Mi compiaccio per la bella scena e proseguo oltre; continuo a
scattare le mie foto quando sento un gran baccano. Una coppia di gavine sta
lanciando grida lancinanti e picchia ripetutamente verso il suolo attaccando. È
l’ermellino, che, ben lungi dall’essersi alterato per la mia presenza, sta
tornando alla tana con un’altra preda. A questo punto non posso limitarmi al
compiacimento, ma tento di sfruttare la situazione.
Posiziono la fotocamera sul cavalletto a due metri dal suo
percorso, lungo la gimcana di massi che usa come pista. Scelgo una focale media,
in modo da inquadrare i due estremi di un possibile salto ed avere una
ragionevole certezza di inquadrarlo; la sua velocità è tale infatti che non
posso pensare di seguirlo con l’inquadratura. Il dinamismo esasperato
dell’ermellino, dovuto al suo metabolismo di piccolo ma efficiente predatore,
è sempre fonte di stupore per me, ogni volta che ho la ventura di incontrarne
uno. Metto in macchina una pellicola da 100 Iso, che tiro a 200, e non a caso:
il cielo nel frattempo si è rapidamente oscurato, come accade troppo spesso a
quelle latitudini, cade già qualche goccia di pioggia pesante, e per di più
l’inquadratura giace interamente all’interno del bosco.
Nonostante non mi sia mimetizzato in alcun modo, l’animale
non sembra accorgersene, preso forse dalla frenesia predatoria; continua nel suo
esiziale andirivieni compiendo un raid dopo l’altro, ciascuno coronato dal
successo, e dandomi l’opportunità di verificare in che punto esatto dei massi
spicca il salto. Posso così provare a focheggiare nella maniera più precisa
possibile, e aprire il diaframma al massimo, cioè a f. 2,8. La luce è scemata
ulteriormente e non ho nessuna possibilità di tentare uno scatto a diaframmi più
chiusi; l’esposimetro a luce incidente dice 1/500 di secondo.
Quando premo il pulsante, nei passaggi successivi, so già che
non sarà sufficiente per bloccare il movimento del piccolo mustelide, ma
occorre provare ugualmente. Il risultato finale, quello che vedete, conferma le
mie previsioni, e si colloca esattamente in quella ideale zona di confine che
divide una foto sbagliata da uno scatto dinamico e interessante anche se non
tecnicamente ineccepibile, zona che, detto per inciso, si è guadagnata negli
anni tutta la mia sincera antipatia. Da quale lato del confine stia in realtà
lo lascio giudicare a chi osserva.
Nel periodo di tempo in cui resto a guardarlo lo osservo
portare alla tana nove piccoli roditori di diverse taglie in altrettanti viaggi,
evidentemente intere famiglie sorprese nelle tane. I nove viaggi sono compiuti
in meno di un’ora, giusto il tempo di arrivare sul terreno di caccia e
rientrare, sempre accompagnato dalle urla delle gavine, che evidentemente hanno
i pulli in zona, e che graziosamente mi avvertono in anticipo del ritorno
dell’ermellino. Che energia e che potenza in un corpicino così minuto! Mi
chiedo quante altre prede avesse catturato prima che lo intercettassi in modo
così fortunoso. Lo spettacolo è affascinante in se stesso e anche per il modo
in cui vi assisto: poltrona d’onore in prima fila, un’opportunità che non
capita di frequente.
Penso che abbia una cucciolata da sfamare e che abbia
approfittato della breve pausa nel maltempo degli ultimi giorni per una scorta
di cibo. Quando il giorno successivo tornerò sul posto vedrò confermata la mia
supposizione: a distanza di pochi centimetri dall’imboccatura della tana lo
scorgo prelevare i cuccioli già ben formati uno ad uno, e spostarli in un
camera foderata con erbe e muschi appena strappati dal sottobosco, sotto i miei
occhi stupiti e grati per tanta confidenza.
© Vitantonio Dell'Orto 10/2004
|