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Prima dello scatto Dire che l'incolumità dei soggetti viene prima di ogni altra cosa è quasi banale, almeno per i fotografi della mia generazione. Dovrebbe esserlo per tutti: non lo è. Non essere pronti a rinunciare ad uno scatto in questi casi significa tradire i fondamenti stessi per cui si dovrebbe fotografare la Natura: empatia, passione, armonia, emozione, per citarne alcuni. Non scatto foto di rapaci diurni al nido: a parte qualche rara eccezione (ad esempio, i nidi visibili da grande distanza): sono animali troppo preziosi e dall'ecologia fragile per metterne a repentaglio il successo riproduttivo in cambio di qualche scatto. Non voglio nascondermi dietro un dito: la presenza di un nido o di una tana è uno dei fattori che più comunemente aiutano a contattare un animale, e una dose di disturbo può essere arrecata anche senza inquadrare il nido stesso. Questo, come altro, è lasciato alla sensibilità e alla capacità del fotografo. Tuttavia è il fatto stesso di pubblicare foto al nido che può indurre un lettore occasionale o un fotografo superficiale a pensare che sia possibile farlo senza pagare pegno, e la malintesa voglia di emulazione che spesso ne consegue può portare a danni pesanti. Come divulgatore ho una responsabilità educativa che va oltre l'attenzione e il rispetto che impiego nello scattare le mie foto, e di questo devo farmi carico. Oltretutto, le foto al nido sono quasi invariabilmente di scarso spessore estetico, motivo per cui, in genere, le evito per qualsiasi specie. Non scatto (più) foto in condizioni controllate, o per dirla in modo più schietto, ad animali in cattività. In quei rari casi di vecchie foto che rientrino in questa categoria, la cosa è chiaramente indicata in didascalia. Non amo la "caccia fotografica", intesa come quell'atteggiamento in cui é prioritario l'aspetto "agonistico", sportivo, oserei dire predatorio dello scatto. Un animale non dovrebbe mai essere considerato una preda, nemmeno nel mirino di una fotocamera (qui potete trovare delle riflessioni più approfondite sull'argomento), perché finirebbe per godere dello stesso status che alle prede si riserva: oggetti secondari rispetto al fine, cui non è dovuto rispetto, merce da ricreazione. Allo stesso modo rigetto qualsiasi forma di caccia vera, cruenta, senza alcun tipo di eccezione che non sia la tradizionale caccia di sostentamento nelle comunità arcaiche (Inuit, Indios e via dicendo). E a quelli che stessero per avanzare la classica obiezione del caso dico subito che sì, sono vegetariano (lacto-ovo-vegetariano, per la precisione); lo sono felicemente e salubremente dal 1988, e dallo stesso anno non uso più vestiti o accessori che derivino dall'uso cruento di animali (cuoio, pelle e simili). L'ho fatto io, possono farlo tutti: ad di là della sensibilità personale, questo era esattamente il punto che volevo rimarcare facendo questo passo. Ovviamente non uso esche di carne o pesce per attirare gli animali che fotografo, e nemmeno approfitto dei servizi di chi offre capanni a pagamento gestiti nello stesso modo. |
Dopo lo scatto La fotografia è sempre interpretazione: il filtro del fotografo e le scelte che opera impediscono di considerarla un mero resoconto documentale. Ogni rappresentazione fotografica, tuttavia, parte dal reale e su esso si basa (una trattazione più estesa in questo articolo). Una "fotografia", inoltre, è tale in quanto risultato dell'azione della ripresa e delle scelte fatte in quel momento: per dirla in termini ancora più semplici, è un'immagine ripresa con una fotocamera. Per questi motivi mi limito ad una post produzione delle immagini ristretta alla sistemazione di livelli, contrasto, saturazione, distorsione e nitidezza. In sostanza quegli interventi che servono a correggere i limiti del mezzo tecnico, dello strumento, in modo da restituire una scena il più possibile fedele all'originale; o per meglio dire, a quello che il fotografo vedeva nell'originale. Nel caso di conversioni in bianco e nero uso qualche mascheratura e rinforzo parziale, come ai tempi della cara vecchia camera oscura. Considero improprio qualsiasi intervento sul contenuto stesso della foto, come cancellare o aggiungere elementi (spostare pixel), perché cambia l'ambito dalla fotografia alle arti grafiche, nel migliore dei casi; o alla mistificazione e all'imbroglio, quando è maliziosamente sottaciuto affinché l'immagine appaia realistica. Non troverete nulla di tutto ciò nelle mie foto. Sono convinto che le facili scorciatoie siano diseducative: meglio imparare dai propri errori, soprattutto imparare ad accettarli, e allo stesso modo accettare i nostri limiti. Abbiamo il dovere di essere imperfetti, perché solo così ci è data la possibilità di migliorarci attraverso la crescita personale, lo sforzo, l'applicazione, e ci è possibile apprezzare il valore dei nostri risultati. Per gli stessi motivi non partecipo a concorsi fotografici che non richiedano esplicitamente il RAW originale per la conferma delle foto segnalate o vincenti. Dove non sia possibile usare un filtro graduato neutro, mi capita di usare delle tecniche di HDR per recuperare un aspetto più vicino alla visione umana, ma sempre in modo che l'intervento non rappresenti lo scopo stesso dell'immagine: l'HDR buono è quello che non si nota. Anche riguardo al crop (il ritaglio per migliorare il rapporto di ingrandimento apparente o la composizione) ho le mie idee: l'avvicinamento al soggetto, a mio parere, é indicativo anche delle capacità di naturalista del fotografo, così come una composizione corretta fin dallo scatto è indice di "occhio" fotografico, sforzo di concentrazione e applicazione. Uso raramente un crop pesante e quando lo faccio lo dichiaro in modo esplicito. |