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Chi si occupa di natura in Italia sa bene che, a dispetto di
una gran varietà d'ambienti, il nostro paese non è certo famoso per i numeri
delle presenze faunistiche. In parole povere ci sono pochi animali, pochi
uccelli in particolare. I motivi sono noti: disturbo, pressione venatoria,
inquinamento, distruzione degli habitat per l'attività umana.
C'è però almeno
una categoria di uccelli che da quest'ultima trae vantaggio. Siamo tra i
maggiori produttori di riso. Intere province della Pianura Padana occidentale
sono coltivate a risaia. Un infinito mosaico di specchi d'acqua immoti copre la
campagna primaverile per decine di chilometri, creando un paesaggio singolare e
affascinante in cui si riflette il bianco delle cime alpine ancora innevate. In
genere la monocoltura affossa la vita naturale, e le risaie non sfuggirebbero a
questa legge, non fosse per gli aironi (e gli uccelli migratori che le usano
come sosta durante il viaggio).
Per questi uccelli la risaia è un bacino
d'allevamento per il cibo: libellule ed altri insetti (e relative larve), rane e
girini. Gli ardeidi si giovano anche delle aste fluviali che intersecano la
pianura, dal Sesia al Ticino al Po; nel complesso, la loro popolazione è la
maggiore del continente, consentendo per una volta al nostro paese di
primeggiare in una classifica naturale.
Nidificano in colonie sugli alberi
(in genere ontani o salici) chiamate garzaie; ne esistono di monospecifiche o
miste, in cui ogni specie occupa uno specifico livello dell'albero secondo
regole non scritte che garantiscono la convivenza (senza bisogno di assemblee
condominiali). Quando sono particolarmente ricche, e i condòmini numerosi, si
può legittimamente parlare di città degli aironi, metafora sfruttata ma non
per questo meno efficace, visto che si possono contare migliaia di esemplari in
un solo sito.
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