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Ricordo come fosse
ieri il mio primo incontro col Pian Grande, tanti (troppi) anni fa. Superato
l'ultimo tornante della strada che superava i contrafforti occidentali dei Monti
Sibillini, uno scenario surreale mi si era svelato davanti all'improvviso:
duecento metri al di sotto si estendeva un tavoliere perfettamente spianato.
Una pianura che
sembrava infinita, ma al tempo stesso raccolta, accarezzata e protetta dai monti
intorno, tondi come nocche di una mano immensa che la tenesse sospesa sulla
pianura, novecento metri e venti minuti d'auto più in basso. Era agosto, il
panorama secco e giallo di erba paglia; appena sceso nel pianoro, avevo fermato
l'auto e preso a camminare incredulo nei campi assolutamente piatti, di una
levigatezza innaturale, da poterci guidare dentro.
Nel silenzio rotto
solo dal vento teso, piccoli falchi si involavano lungo la strada, mentre questa
si perdeva all'orizzonte, tracciando la via allo sguardo fino a un grumo di case
arroccato su una collina. Dieci chilometri mi separavano da quel villaggio,
Castelluccio di Norcia, diecimila metri che erano e sono la lunghezza di quella
tavola da biliardo per giganti.
Il Pian Grande,
insieme ai contigui Pian Perduto e Piccolo, costituisce uno dei più vasti
sistemi di bacini carsici che si conosca, come scoprii poi. I suoi 1.300 ettari
sono il fondo di un lago le cui acque si persero in tempi antichi, attraverso
cavità formatesi nel sottosuolo.
Del fenomeno, la
monumentale testimonianza ancora intatta è l'Inghiottitoio. Ecco cos'era
quell'enorme intaccatura che vedevo diramarsi come un vaso sanguigno, e che
convoglia ancor oggi l'acqua di fusione dei nevai verso una serie di passaggi
sotterranei, attraverso i quali si disperde; lungo circa un chilometro e mezzo,
le sue proporzioni imponenti permettono di intuire la grandiosità dell'evento
che qui si è consumato. Il sito era deserto, allora, cosa che aggiungeva al
posto un fascino irreale: pochi lo conoscevano. Io pure ero lì per caso,
inconsapevole di quello che avrei trovato, ma mi resi conto subito di aver
trovato una delle più preziose gemme paesaggistiche italiane.
Oggi il Piano e i
monti che lo circondano sono una meta giustamente nota, per il paesaggio, la
natura del parco nazionale arrivato finalmente a tutelarli, le tradizioni, e per
le fioriture. Se a fine maggio sono le bulbifere ad offrire spettacolari
fioriture (fritillaria, peonia selvatica e tulipano montano), è ad inizio
luglio che il Piano dà il meglio, mutando in una tavolozza straordinaria.
Le fioriture estive
esplodono quasi da un giorno all'altro; i papaveri dardeggiano lingue di fuoco,
così compatte da sembrare solide, attraverso l'infilata prospettica della
piana, contrappuntate dagli sbaffi topazio dei fiordalisi. Chiazze di giallo e
spolverate di bianco delle margherite completano un quadro con pochi eguali in
Europa.
Sul lato occidentale
sono le composite che creano un tappeto arancione intenso, tanto saturo di
colore quanto effimero: le corolle si aprono simultaneamente a mezza mattinata
per chiudersi già nel primo pomeriggio, e d'un tratto la scena si spegne, come
se qualcuno di colpo oscurasse il sole. Degna corona a questa visione policroma
sono i pendii erbosi che cingono il Piano: chiazze di faggete scure sparpagliate
su declivi perfettamente lisci, morbide e tondeggianti come le cime circostanti.
Tutto è giocato sul tema della rotondità: un paesaggio unico, che pare davvero
uscito da un quadro naïf.
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