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    C'era una volta un lago

    Il Pian Grande di Norcia

    Pubblicato in "Un luogo, una foto" di giu/lug 06, Oasis 166


    Ricordo come fosse ieri il mio primo incontro col Pian Grande, tanti (troppi) anni fa. Superato l'ultimo tornante della strada che superava i contrafforti occidentali dei Monti Sibillini, uno scenario surreale mi si era svelato davanti all'improvviso: duecento metri al di sotto si estendeva un tavoliere perfettamente spianato.

     Una pianura che sembrava infinita, ma al tempo stesso raccolta, accarezzata e protetta dai monti intorno, tondi come nocche di una mano immensa che la tenesse sospesa sulla pianura, novecento metri e venti minuti d'auto più in basso. Era agosto, il panorama secco e giallo di erba paglia; appena sceso nel pianoro, avevo fermato l'auto e preso a camminare incredulo nei campi assolutamente piatti, di una levigatezza innaturale, da poterci guidare dentro. 

    Nel silenzio rotto solo dal vento teso, piccoli falchi si involavano lungo la strada, mentre questa si perdeva all'orizzonte, tracciando la via allo sguardo fino a un grumo di case arroccato su una collina. Dieci chilometri mi separavano da quel villaggio, Castelluccio di Norcia, diecimila metri che erano e sono la lunghezza di quella tavola da biliardo per giganti. 

    Il Pian Grande, insieme ai contigui Pian Perduto e Piccolo, costituisce uno dei più vasti sistemi di bacini carsici che si conosca, come scoprii poi. I suoi 1.300 ettari sono il fondo di un lago le cui acque si persero in tempi antichi, attraverso cavità formatesi nel sottosuolo. 

    Del fenomeno, la monumentale testimonianza ancora intatta è l'Inghiottitoio. Ecco cos'era quell'enorme intaccatura che vedevo diramarsi come un vaso sanguigno, e che convoglia ancor oggi l'acqua di fusione dei nevai verso una serie di passaggi sotterranei, attraverso i quali si disperde; lungo circa un chilometro e mezzo, le sue proporzioni imponenti permettono di intuire la grandiosità dell'evento che qui si è consumato. Il sito era deserto, allora, cosa che aggiungeva al posto un fascino irreale: pochi lo conoscevano. Io pure ero lì per caso, inconsapevole di quello che avrei trovato, ma mi resi conto subito di aver trovato una delle più preziose gemme paesaggistiche italiane. 

    Oggi il Piano e i monti che lo circondano sono una meta giustamente nota, per il paesaggio, la natura del parco nazionale arrivato finalmente a tutelarli, le tradizioni, e per le fioriture. Se a fine maggio sono le bulbifere ad offrire spettacolari fioriture (fritillaria, peonia selvatica e tulipano montano), è ad inizio luglio che il Piano dà il meglio, mutando in una tavolozza straordinaria. 

    Le fioriture estive esplodono quasi da un giorno all'altro; i papaveri dardeggiano lingue di fuoco, così compatte da sembrare solide, attraverso l'infilata prospettica della piana, contrappuntate dagli sbaffi topazio dei fiordalisi. Chiazze di giallo e spolverate di bianco delle margherite completano un quadro con pochi eguali in Europa. 

    Sul lato occidentale sono le composite che creano un tappeto arancione intenso, tanto saturo di colore quanto effimero: le corolle si aprono simultaneamente a mezza mattinata per chiudersi già nel primo pomeriggio, e d'un tratto la scena si spegne, come se qualcuno di colpo oscurasse il sole. Degna corona a questa visione policroma sono i pendii erbosi che cingono il Piano: chiazze di faggete scure sparpagliate su declivi perfettamente lisci, morbide e tondeggianti come le cime circostanti. Tutto è giocato sul tema della rotondità: un paesaggio unico, che pare davvero uscito da un quadro naïf.