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"Profilo
curvilineo; Ritratto in nero su fondo chiaro che riproduce i contorni esterni di
un soggetto". Questo è ciò che recita il vocabolario alla voce
"silhouette", francesismo ormai entrato a pieno titolo nella nostra
lingua: una sagoma, un perimetro, un contorno quindi, ed io da buon vegetariano
(e con il cognome che mi ritrovo) non potevo certo fare a meno di occuparmene…
Scherzi a parte, il fascino della silhouette é notevole, per chi come me ama in
fotografia le forme semplificate e la linearità, nonché un certo genere di
pensiero laterale legato a considerazioni antropologiche.
La silhouette,
infatti, privando un soggetto dei particolari interni al suo perimetro,
restituisce un profilo che è la vera essenza di un animale o di una pianta; il
contorno è la "forma", il contenuto la "sostanza" che viene
a mancare, e che per questo diventa indefinita e infinita. Il contenitore
trattiene in sé le potenzialità del contenuto, senza svelarle, e la sua
specifica individualità è negata, ma al tempo stesso si dilata a metafora di
tutto il suo genere: l'albero diviene l'essenza di tutti gli alberi, l'uccello
di tutti i possibili uccelli.
Visivamente la
tecnica del "vedo, non vedo", del non esplicito, aggiunge un
innegabile pizzico di fascino intrigante, nell'erotismo come nella fotografia,
disciplina che, a voler ben guardare, presenta certamente una connotazione
voyeuristica; l'assenza di dettaglio lascia spazio alla fantasia
dell'osservatore, il vuoto di informazioni viene colmato dalla mente di chi
guarda, che in tal modo partecipa e diventa soggetto attivo, e non semplice
destinatario passivo di un messaggio visuale. Il legame che si crea tra colui
che osserva e ciò che viene osservato è così più forte, intimo e
coinvolgente. Osservate come il parallelismo con la seduzione continui ad essere
pertinente (e se a qualcuno è venuto in mente lo strip in controluce di "9
settimane e mezzo", capirà meglio cosa intendo).
Questa forma estrema
di stilizzazione centra l'attenzione sull'essenza del soggetto, si è detto. Le
foto tendono ad essere monocromatiche, e non posso fare a meno di pensare,
invero con un po' di nostalgia, al punto iniziale della mia vita fotografica (e
di gran parte dei fotografi della mia generazione): il bianco e nero, genere
dove solo il grafismo del soggetto, la modulazione dei toni e la composizione
vanno a comporre lo spessore e l'interesse di un'immagine depurata dal colore.
Parte della suggestione di una silhouette, infine, non può non dipendere dal
momento in cui queste fotografie sono generalmente realizzate: al tramonto o
all'alba, quando il sole è basso e le tinte struggenti; oppure attraverso la
foschia o la bruma. Condizioni di luce che aggiungono un intrinseco appeal
all'immagine, e all'esperienza che il fotografo vive prima e durante lo scatto
(un'esperienza di tipo romantico, e torniamo al parallelo col mondo
dell'eros).
Da questo punto di
vista la silhouette tiene assieme il meglio dei due mondi: il mondo della foto a
colori, con la presenza di toni puri, caldi o sfumati, che ci rimandano a
specifiche suggestioni, e il mondo del grafismo, dell'essenza pura e distillata
del soggetto tipica del bianco e nero.
Tecnicamente è un
genere di fotografia che non presenta particolari complicazioni; dal punto di
vista compositivo l'essenzialità e il ridotto numero di elementi richiede cura
assoluta nell'inquadratura (vedi "Meno
è meglio", Oasis 158), in questo caso resa ancor più necessaria da
soggetto privo di informazioni e di dettaglio: la semplificazione è massima,
come il rischio di composizioni scialbe. Le raccomandazioni di base sono quelle
classiche: non dividere mai in due parti uguali il fotogramma con la linea
dell'orizzonte, non posizionare mai il soggetto esattamente al centro, ma su uno
dei "terzi" dell'inquadratura.
Occorre aver cura di
ripulire lo sfondo dalla presenza di elementi di disturbo, per stagliare la
sagoma contro il cielo. È quindi richiesto un punto di ripresa allo stesso
livello del soggetto, quando non più basso, come nel caso di uccelli su alberi
o altre strutture. L'esposizione deve garantire in primis il nero saturo della
sagoma, e possibilmente anche la resa naturale del colore di sfondo, quale che
esso sia. Si ottiene in genere valutandola sulle luci, nel nostro caso il cielo;
se esso non è particolarmente luminoso meglio sottoesporre di uno stop per
avere la garanzia di un profilo davvero scuro.
Quando il soggetto
occupa una parte importante del fotogramma in termini di superficie,
l'esposimetro potrebbe viceversa tentare di aumentare l'esposizione per
compensare la scarsa luminosità della scena: in questo caso meglio sottoesporre
di due stop, per evitare tinte di sfondo slavate e la comparsa di dettagli nel
soggetto.
Più forte sarà la
sottoesposizione, più saturo sarà il colore di sfondo. Evitate di esagerare,
però, per non incorrere in toni cupi e innaturali: ricordo che il tono naturale
di un cielo al tramonto è dato dalla sua misurazione esposimetrica diretta
sovraesposta di uno stop. Inutile sottolineare che tanto maggiore
sarà la luminosità del cielo tanto più facile sarà ottenere un risultato
bilanciato in modo ottimale.
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Una
famiglia di cicogne al tramonto |
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Una
sterna artica ambientata su una struttura geometrica.
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Un
capriolo marca il territorio
(condizioni
controllate)
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