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Credo di poter essere annoverato tra i "puristi"
(categoria dai contorni incerti ma in genere popolata da rompiscatole) nel mio
approccio alla fotografia di Natura, in quanto la concepisco come
rappresentazione di momenti e situazioni che appartengono interamente al mondo
naturale.
Qualsiasi struttura appartenente all'uomo è volutamente
esclusa, e tendo a rifuggire anche situazioni apparentemente naturali ma in
realtà modificate dalla mano umana, per quanto possano essere attraenti e
gradevoli (compito sempre più difficile). Sono convinto da sempre, inoltre, che
esiste un forte nesso causale tra la natura delle immagini e l'immagine della
Natura che ne deriva, e che "passa" poi nella cultura generale. (vedi Il
paesaggio malinteso).
Capita, tuttavia, di trovarci di fronte a soggetti
particolari, di cui è arduo comunicare e apprezzare appieno proporzioni e
dimensioni. Succede quando il soggetto non è immediatamente percepibile nelle
sue misure assolute.
Abbiamo tutti un'idea intuitiva, infatti, di quanto sia
grande un fiore (centimetro più, centimetro meno), anche se visto solo in
fotografia; chi può dire, però, se quella rana che occhieggia nell'immagine
sia piccola o grande, se quella roccia isolata sia un sasso o un enorme macigno,
o se quel salto d'acqua sia una perturbazione di un ruscello o parte di
un'immane cascata, se non sono presenti nella fotografia elementi di dimensioni
note con cui confrontarli?
Diventa allora un passaggio obbligato inserirli, questi
elementi, e tra loro quello intrinsecamente noto, forse il più facile da
identificare, è la persona. Noi stessi siamo abituati a rapportarci col mondo
attraverso la nostra individuale dimensione fisica, ed è quindi naturale che la
figura umana sia quella che riconosciamo nel modo più immediato e istintivo. Ed
anche la più facilmente disponibile, poiché il soggetto tipico è la propria
compagna o compagno, in genere condannati a sopportarci nelle nostre
peregrinazioni per boschi e montagne.
Questo è tanto più vero quando sono proprio le peculiari
dimensioni del soggetto il motivo che ci ha attratto e spinti a fotografarlo,
quando cioè vogliamo evidenziare delle misure limite, siano esse enormi o
minuscole. Prendiamo un caso tipico, uno dei più comuni con cui ci si confronta
e forse il più calzante: gli alberi. Fotografare un albero in modo
soddisfacente è un difficile esercizio che nella gran parte dei casi è
destinato a frustrare le aspettative del fotografo.
La visione umana lavora in modo selettivo, esaminando i
particolari volta per volta e mantenendo allo stesso tempo una visione
complessiva dell'insieme, seppur non altrettanto nitida. La fotografia lavora in
maniera diversa, restituendo su un'unica piccola immagine piatta e
bidimensionale tutto ciò che è presente nell'inquadratura, e nel medesimo
momento.
Da questo passaggio sono i dettagli, le proporzioni e
l'individualità stessa dell'albero ad uscire mortificati.
A prescindere dalle scelte tecniche specifiche, che rimando
ad un'altra puntata di questa rubrica, sarà solo aggiungendo alla composizione
una figura umana che potremo far apprezzare pienamente l'altezza o la possanza
dei soggetti arborei. Oltre a questo, occorre dire che la persona è come un
riflesso di noi stessi, e per l'affinità istintiva che ci lega contribuisce a
coinvolgerci nell'immagine, a farci sentire parte di essa.
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Ma
quanto é piccola? Una giovane rana rossa. |
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Ma
quanto é grande? Un rovere di circa 900 anni.
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