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    A misura d'uomo

    L'elemento umano nella foto di Natura

    Pubblicato in "L'angolo della Tecnica" di mar/apr 06, Oasis n.164


    Credo di poter essere annoverato tra i "puristi" (categoria dai contorni incerti ma in genere popolata da rompiscatole) nel mio approccio alla fotografia di Natura, in quanto la concepisco come rappresentazione di momenti e situazioni che appartengono interamente al mondo naturale. 

    Qualsiasi struttura appartenente all'uomo è volutamente esclusa, e tendo a rifuggire anche situazioni apparentemente naturali ma in realtà modificate dalla mano umana, per quanto possano essere attraenti e gradevoli (compito sempre più difficile). Sono convinto da sempre, inoltre, che esiste un forte nesso causale tra la natura delle immagini e l'immagine della Natura che ne deriva, e che "passa" poi nella cultura generale. (vedi Il paesaggio malinteso).

    Capita, tuttavia, di trovarci di fronte a soggetti particolari, di cui è arduo comunicare e apprezzare appieno proporzioni e dimensioni. Succede quando il soggetto non è immediatamente percepibile nelle sue misure assolute. 

    Abbiamo tutti un'idea intuitiva, infatti, di quanto sia grande un fiore (centimetro più, centimetro meno), anche se visto solo in fotografia; chi può dire, però, se quella rana che occhieggia nell'immagine sia piccola o grande, se quella roccia isolata sia un sasso o un enorme macigno, o se quel salto d'acqua sia una perturbazione di un ruscello o parte di un'immane cascata, se non sono presenti nella fotografia elementi di dimensioni note con cui confrontarli? 

    Diventa allora un passaggio obbligato inserirli, questi elementi, e tra loro quello intrinsecamente noto, forse il più facile da identificare, è la persona. Noi stessi siamo abituati a rapportarci col mondo attraverso la nostra individuale dimensione fisica, ed è quindi naturale che la figura umana sia quella che riconosciamo nel modo più immediato e istintivo. Ed anche la più facilmente disponibile, poiché il soggetto tipico è la propria compagna o compagno, in genere condannati a sopportarci nelle nostre peregrinazioni per boschi e montagne. 

    Questo è tanto più vero quando sono proprio le peculiari dimensioni del soggetto il motivo che ci ha attratto e spinti a fotografarlo, quando cioè vogliamo evidenziare delle misure limite, siano esse enormi o minuscole. Prendiamo un caso tipico, uno dei più comuni con cui ci si confronta e forse il più calzante: gli alberi. Fotografare un albero in modo soddisfacente è un difficile esercizio che nella gran parte dei casi è destinato a frustrare le aspettative del fotografo.

    La visione umana lavora in modo selettivo, esaminando i particolari volta per volta e mantenendo allo stesso tempo una visione complessiva dell'insieme, seppur non altrettanto nitida. La fotografia lavora in maniera diversa, restituendo su un'unica piccola immagine piatta e bidimensionale tutto ciò che è presente nell'inquadratura, e nel medesimo momento. 

    Da questo passaggio sono i dettagli, le proporzioni e l'individualità stessa dell'albero ad uscire mortificati. 

    A prescindere dalle scelte tecniche specifiche, che rimando ad un'altra puntata di questa rubrica, sarà solo aggiungendo alla composizione una figura umana che potremo far apprezzare pienamente l'altezza o la possanza dei soggetti arborei. Oltre a questo, occorre dire che la persona è come un riflesso di noi stessi, e per l'affinità istintiva che ci lega contribuisce a coinvolgerci nell'immagine, a farci sentire parte di essa.

    Ma quanto é piccola? Una giovane rana rossa.

    Ma quanto é grande? Un rovere di circa 900 anni.

    Tornando alle premesse, è questo un accorgimento che vivo sempre con un po' di insofferenza, come una piccola interferenza in quella ricerca di limpida simbologia e di purezza che dovrebbe essere sottesa alla fotografia di Natura, e che nel mio piccolo cerco di perseguire in ogni scatto. Lo accetto quindi come un male necessario, se è proprio il meravigliato stupore del "quanto è grande!" (o più raramente: "quanto è piccolo!"), la sensazione che voglio celebrare.

    Tutto ciò mi porge il destro per una considerazione più concettosa (d'altra parte sono un romp… pardon, un purista). La fotografia è la rappresentazione di un soggetto, dovrebbe incarnarlo in modo ideale; fotografiamo la natura selvaggia e pretendiamo di offrirla nella sua integrità esente dall'uomo… la verità è che in ogni immagine è esistita almeno una fotocamera che la inquadrava dallo stesso punto di vista da cui noi apprezzeremo lo scatto finale, ed è esistito un fotografo che l'ha azionata. Non abbiamo consapevolezza della loro presenza, perché l'"altro da sé" scompare quando i nostri occhi di spettatori si sostituiscono all'obiettivo come per una forma di immedesimazione, e così passano inosservati, lui e l'interferenza che la sua presenza implica. Non esiste una foto in cui non siano entrati in scena almeno un elemento umano e uno artificiale: colui che l'ha prodotta, e il fardello tecnologico che ha usato per farlo. A mio avviso essere consci di questo non sminuisce per nulla il valore evocativo di un'immagine, ma fornisce uno strumento per meglio valutare eventuali mistificazioni (penso soprattutto a certi reportages giornalistici o a molti documentari).