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In viaggio nello
spazio
Profondità e tridimensionalità nel
paesaggio.
Pubblicato
in "L'angolo della Tecnica" di lug/ago 05, Oasis 161
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In viaggio nello
spazio La profondità nella foto di paesaggio. Nella foto noi non vediamo il
soggetto, ma un’immagine del soggetto. Questa semplice frase, presa a prestito
da un famoso fotografo, nasconde un universo di problematiche legate ai limiti
della rappresentazione fotografica e alla sua distanza dal reale. In parole
povere, non basta ritrarre qualcosa così come lo vediamo per ottenere in
fotografia le stesse sensazioni, con lo stesso impatto. La trasposizione in
immagini è un linguaggio visivo, e come tutti i linguaggi ha le sue regole e la
sua grammatica; nel nostro caso parliamo di tecnica, cioè l’assieme degli
strumenti stilistici utili a restituire compiutamente le sensazioni legate al
soggetto.
La fotografia di
paesaggio è al primo posto (ahimè) nell’ideale classifica delle situazioni
difficili: a causa delle prospettive tridimensionali, essa rischia più di altre
di penalizzare la forza spaziale del soggetto. Prima, davanti ai nostri occhi si
parano scenari e proporzioni immense; nelle foto, dopo, immagini piatte e senza
spessore. Si tende a cercare di riempire il fotogramma con tutto quello che si
vede, e i risultati sono spesso deludenti. Per non parlare dei fattori esterni
che sperimentiamo quando siamo in “location”: profumi, luci, vento… tutte
cose che inconsciamente incorporiamo nell'esperienza visiva diretta, ma che non
entreranno mai negli angusti bordi della stampa bidimensionale che ne
ricaveremo. Oltretutto la nostra vista è selettiva, vediamo una porzione di
paesaggio per volta, mentre sulla fotografia tutto è colto nello stesso
momento, e col medesimo sguardo.
La profondità, in
particolare, è il problema più grande. È lei che scava il solco tra un bel
paesaggio, in senso classico, e la “cartolina”, buona che sia, intesa come
esecuzione tecnicamente perfetta dal risultato documentativo e non emotivamente
toccante.
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Ad
un primo piano forte è ancorato lo sviluppo diagonale del fiume. |
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Il primo passo è “entrare” nel paesaggio, prendendo tempo,
facendo le cose con calma.
Occorre camminare, alzarsi e abbassarsi, cambiare il
punto di vista; sedersi e guardarsi intorno, riflettere su ciò che si vede e
sulle sensazioni che ci ispira. Chiedersi cosa ci colpisce, isolare questa
emozione, e ragionare su come tradurla in immagine.
Tanto più semplice e
lineare è quello che vorremo comunicare tanto più direttamente arriverà
nell'animo di chi osserva la foto. Tempo e linearità sono spesso le
discriminanti tra una foto semplicemente buona, e una che dice qualcosa, e
contano quanto l'uso dell’ottica adatta o della giusta composizione: bisogna
che il paesaggio ci passi attraverso, per poterlo leggere. Differenziare i piani
visivi è il passaggio fondamentale per aumentare la sensazione di profondità.
In poche parole, la tecnica ci aiuta ad “ingannare” il nostro cervello,
aiutandolo a dare all’immagine finale una prospettiva che di per sé è
assente. Si cerchi un primo piano importante, a cui ancorare " lo
svilupparsi del resto della composizione verso lo sfondo. Non deve essere avulso
dal resto, ma coerente rispetto al racconto fotografico, un elemento tipico dell’ambiente...
un fiore, ad esempio, laddove più in là avremo un prato in cui si intuiscono
altri fiori simili e un paesaggio montano.
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Otteniamo così una
reiterazione di elementi, dalla quale ricaviamo una forte sensazione di spazio.
Il cervello umano, infatti, tende a completare le sequenze in modo autonomo.
Siamo in grado di intuire forme poligonali anche quando il perimetro non è
tracciato interamente, e allo stesso modo interpretiamo parole in cui solo
inizio e fine siano corrette, anche se la parte centrale non ha alcun senso. Lo
stesso meccanismo si applica alle immagini, anche se in senso meno visivo e più
semantico. Per questo contrapporre soggetti uguali a distanze diverse aumenta la
sensazione di tridimensionalità, in modo tanto più efficace quanto più siamo
coscienti delle loro dimensioni reali. Contrapponiamo, ad esempio, un albero
ravvicinato ad un filare di alberi in secondo piano. La nostra mente interpreta
il loro succedersi intuendo istintivamente un “dietro” e un “davanti”,
ricavandone così una sensazione di spazio altrimenti difficile da ottenere.
Sullo sfondo mettiamo il contesto, la quinta, lo scenario. Da questo punto di
vista l'inquadratura verticale si rivela utile, perché incorpora nell'immagine
una maggior porzione di spazio lungo l’asse primo piano-sfondo.
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La
trama in rilievo della sabbia crea un motivo che garantisce
tridimensionalità alla scena
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Un'altra tecnica
consiste nel creare una “pista” visiva per far correre lo sguardo: la linea
diagonale di un crinale, il corso di un ruscello, la riva di un lago… Teniamo
presente che tendiamo per istinto a leggere le immagini (come i testi) da
sinistra a destra; sarebbe più indicato inquadrare lo scorrere di un fiume, ad
esempio, sempre in quel senso. Più in generale, le diagonali che si muovono da
sinistra a destra vengono lette come un movimento di “venire verso”, mentre
quelle che si muovono in senso prospetticamente contrario rendono il movimento
di “andare allontanandosi”, influenzando diversamente il modo in cui lo
sguardo andrà poi a cadere sugli elementi in fondo alla diagonale.
Anche la luce serve a
distanziare i piani visivi, nonostante sia una situazione che si presenta
raramente: una sequenza di colline, ad esempio, in cui le nuvole creino delle
zone ombreggiate alternate a quelle illuminate. Più in generale, preferiamo la
luce bassa e radente, che dona rilievo e corporeità al paesaggio, ne accentua i
volumi e quindi l’ingombro e la prospettiva. Non inquadriamo mai la linea dell’orizzonte
in modo che tagli l’immagine in due parti uguali: questo crea piattezza e
staticità; il cielo, o la terra, deve occupare circa un terzo dell’immagine.
Per lo stesso motivo, non metteremo mai il baricentro, il punto focale della
composizione, al centro esatto dell'inquadratura, ma lo collocheremo su uno dei
“terzi” della scena, per creare tensione ed equilibrio compositivo.
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