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Una delle caratteristiche per cui la fotografia è nota è la
sua capacità di congelare l’istante, di bloccare l’azione repentina e
fuggente, rivelando attimi così veloci da essere altrimenti inafferrabili per
l’occhio umano. Al tempo stesso, però, è possibile usarla per fissare in un
unico fotogramma momenti successivi, che sommati tra loro diano l’idea del
succedersi degli eventi: la fotografia del movimento, in cui si stratificano
diversi istanti uno sull’altro e si riesce a dare visibilità ad un divenire
non visibile. Col mosso si creano sfumature e strutture che la visione diretta
non è in grado di percepire, e quindi ci svela un mondo parallelo e nascosto,
un’altra dimensione sempre presente davanti ai nostri occhi senza che si possa
apprezzarla.
Nella fotografia del “mosso” trova la sua massima
rappresentazione la fluidità dell’acqua che scorre; si cerca di fissare la
tumultuosità di un movimento, e la morbida ondulazione che si ottiene, appare
come levigata dai successivi passaggi d’acqua. È il movimento della corrente,
materia concreta e indefinita insieme, in continuo viaggio, mai uguale a se
stessa. Panta rei, tutto scorre, si diceva nell’antica Grecia con un
adagio attribuito ad Eraclito: non ci si bagna mai due volte nella stessa acqua.
L’acqua in movimento è un soggetto relativamente
accessibile, e di non difficile approccio; quantomeno, pur essendo sfuggente per
definizione, ha almeno la bella qualità di non fuggire a gambe levate davanti
al fotografo. Questo ci permette di prendere tutto il tempo necessario a
studiare le inquadrature, spostandoci ed esplorando, provando e riprovando fino
a trovare la situazione che riteniamo migliore. La difficoltà maggiore è forse
riuscire a prefigurare come reagiranno forme e colori una volta che l'azione del
lungo tempo di scatto (in genere sopra al secondo) avrà cambiato l'apparenza di
ciò che si inquadra.
Il riflesso chiaro della luce sull'onda, e gli stessi
spruzzi, agiscono come un pennello impazzito e diluiscono e diffondono i toni
tutto intorno. Le zone in ombra e le loro trasparenze, allo stesso modo, si
dilatano e si contraggono con la corrente, a volte oscurando zone più ampie di
quanto non ci si aspetti. La variabile fondamentale in questo genere di foto è
comprensibilmente il tempo di otturazione. Per un effetto di mosso in cui venga
reso il dinamismo dell’acqua ma al tempo stesso mantenute la leggibilità e
l’individualità dei singoli spruzzi, il tempo di scatto dovrebbe essere
nell’ordine di 1/15 di secondo. Quando l’esposizione supera il secondo,
l’acqua tende ad assumere un aspetto filante, povero di informazioni ma
ricco di fascino, soprattutto se si orienta l’inquadratura in modo che siano
sottolineati i riflessi di luce. Sopra ai 4 secondi il flusso della corrente
diventa un velo incorporeo disteso tra due rive; un effetto da dosare con
giudizio, perché la luminosità dell’acqua tende a spegnersi e il soggetto
stesso perde evidenza.
In tutto questo molto dipende ovviamente dalla velocità
della corrente, e dalle caratteristiche dell’acqua: dinamicità, quantità
degli spruzzi, trasparenza e via dicendo. Il risultato finale è spesso
difficilmente prevedibile, cosa che è parte del fascino di queste immagini,
almeno dal punto di vista di chi le scatta.
La luce ideale è quella diffusa di
una giornata di cielo coperto e luminoso; questo permette di evitare gli
inevitabili chiaroscuri della luce solare. Se vogliamo fotografare i riflessi
invece è proprio del sole che abbiamo bisogno: cercheremo una situazione e un
orario in cui l’acqua sia in ombra e il versante opposto sia illuminato in
pieno affinché accenda i colori che tingeranno il rilievo dei salti d’acqua.
Per quanto riguarda l’attrezzatura, l’accessorio
fondamentale è una voce che dovrebbe essere un classico del corredo di ogni
fotografo naturalista: un paio di stivali alti per muoversi agevolmente nei
corsi d’acqua.
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La
cascata Cola de Caballo, Ordesa (Spagna), con un tempo di scatto superiore
al secondo |
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Torrente
in una faggeta autunnale; anche in questo caso il tempo è intorno al
secondo
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