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Meno è meglio, o, come diceva Ludwig Mies Van Der Rohe,
“Less is more”: meno è di più. Egli (architetto, autore del Seagram
Building di New York) ha applicato efficacemente questo principio
all’architettura, ma è una dottrina che possiamo considerare altrettanto
valida per la fotografia, se non per gran parte delle cose della vita. Spesso il
problema che affligge il fotografo è quello di un sovraccarico di elementi da
padroneggiare nell’inquadratura, soprattutto nella fotografia di natura, a
tutto discapito dell’efficacia dell’immagine finale.
Al contrario, uno stile caratterizzato da un’estrema
sobrietà formale, e dal rifiuto di fronzoli e orpelli che possano distrarre un
osservatore, aiuta a rafforzare il messaggio di una fotografia. Più questo
messaggio è semplice e lineare, maggiore è la sua forza penetrativa e maggiore
l’impatto su chi lo riceve. L’attenzione deve essere concentrata su un
singolo concetto, su una singola atmosfera, suggestione, sensazione.
Applichiamo un po’ di sano minimalismo ai nostri scatti,
dunque. Operiamo, per cominciare, scelte precise su cosa fotografare, escludendo
dall’inquadratura tutti quei fattori che non siano immediatamente
riconducibili al contenuto che vogliamo far risaltare. In questo senso il
migliore strumento tecnico, a parte le nostre gambe, è il teleobiettivo; con la
sua ridotta porzione di campo inquadrato permette di penetrare l’ambiente, di
“tagliare” lo scenario come un bisturi visuale, di eliminare degli elementi
e tenerne altri, o di qua o di là.
Fondamentale poi è scegliere uno sfondo uniforme, levigato,
che distragga il meno possibile: cerchiamo una quinta omogenea da contrapporre
al primo piano, una trama, una struttura ricorrente. Anche la ridotta profondità
di campo del tele ci viene in aiuto, così come, in genere, l’uso di un
diaframma molto aperto: possiamo in questo modo ottenere uno sfondo uniforme
attraverso la sua sfocatura. Altre tecniche per dare rilievo al soggetto sono
utili: il panning, i contrasti cromatici tra primo piano e sfondo, la ricerca di
luci estreme, direzionali. Caso estremo di quest’ultimo approccio è la
silhouette, forse la massima espressione della semplificazione: il soggetto è
privato del suo dettaglio, della sua materialità; rimane a descriverlo un
semplice profilo, puro contorno privato di contenuto. Un buon esercizio potrebbe
essere scattare fotografie che contengano solo due elementi, come le immagini
proposte in queste pagine. La ricerca della semplicità ci schiude poi il mondo
del particolare: quando oltrepassiamo la soglia di una visione frettolosa
riusciamo a captare una moltitudine di spunti, di soggetti e di forme. Per dirla
ancora con Var Der Rohe, "God is in the details", Dio
è nei dettagli.
Semplicità non è tuttavia sinonimo di minore difficoltà:
la sfida sta nel cercare di catturare l’essenza di un soggetto, senza cadere
in una sorta di astrattismo gratuito, una scatola vuota che ci porterà a
immagini banali. Questo è tanto più vero quanto più il soggetto è
“facile”, accessibile, come spesso accade nella fotografia di particolari. Non bisogna mai perdere di vista l’emozione che ci spinge
allo scatto, il senso ultimo di ciò che desideriamo esprimere: come sempre, la
scelta tecnica è il mezzo, non un esercizio di calligrafia fine a se stesso. Ad
un livello più tecnico, la rarefazione degli elementi e la maggior attenzione
che grava su ognuno di essi, richiede necessariamente che tutto sia
perfettamente bilanciato. Qualsiasi fattore negativo , tecnico o interpretativo,
esce esaltato allo stesso modo di quelli positivi coi quali cerchiamo di
esprimerci. Una sfocatura, una sbavatura nell’esposizione, un’inquadratura
non perfettamente bilanciata salteranno all’occhio con molta più evidenza.
Per questo, paradossalmente, più un’immagine è semplice (nel senso di
semplificata), meno essa è semplice (nel senso della facilità): è necessario
anzi che sia ineccepibile sotto ogni punto di vista.
Semplificare è importante non solo per il risultato che
otteniamo (che si spera migliore), ma anche, e forse soprattutto, per il fatto
stesso di ricercarlo.
Come si è detto, semplificare significa spesso operare
per esclusione, significa quindi compiere scelte decise e consapevoli su cosa
evidenziare. Ci spinge ad un percorso mentale in cui rispondiamo a precise
domande: “Cosa mi colpisce in ciò che vedo? Qual è la sensazione,
l’atmosfera, l’emozione che voglio mostrare e condividere, e che devo quindi
isolare, mettere in rilievo?”. Il solo porsi queste domande è già sintomo di
un approccio riflessivo allo scatto, alla lunga esercita ed acuisce la nostra
capacità di “vedere” un’immagine nel caos di stimoli visivi che ci
circonda, ci sprona ed aiuta, infine, a maturare una nostra personale cifra
espressiva.
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Nelle
due immagini sotto: l’anima
di un ambiente in due soli elementi. |
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immagine
tratta dalla Galleria Luci
e forme
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Protagonista
è il colore, a cui è concesso tutto lo spazio che merita; gli steli
fanno da contrasto
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