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    Il treppiede, elogio della lentezza

    Pubblicato in "L'angolo della Tecnica" di Oasis 157, nov.04


    Nella costruzione di un corredo fotografico in genere, e in particolare di quello dedicato alla fotografia outdoor e naturalistica, un posto fondamentale deve essere occupato dal treppiede, o cavalletto, come più comunemente è chiamato. Guardato con soggezione da chi non lo possiede, e tollerato con malcelata insofferenza dalla maggior parte di coloro che lo usano, appartiene a quella ristrettissima schiera di accessori che migliorano realmente il livello delle immagini.

    Scomodo è scomodo, nulla da dire. Pesante? Quasi sempre, e ha la curiosa caratteristica di diventarlo sempre di più, man mano che trascorrono le ore in sua compagnia. Per quale motivo allora portarselo appresso? La sua utilità diretta, direi meccanica, è intuitiva, ed è quasi banale ricordarla: elimina la possibilità di foto viziate dal mosso della fotocamera (per quello del soggetto, purtroppo, non c’è nulla da fare), quando si fotografa con tempi lunghi (per convenzione sopra a 1/30 di secondo). È imprescindibile anche nella fotografia a distanza ravvicinata (fiori, insetti), situazione in cui la messa a fuoco si fa particolarmente critica, e movimenti di millimetri possono sconvolgere l’equilibrio di un’inquadratura.

    Nella caccia fotografica poi, con teleobiettivi luminosi e potenti, pesanti di conseguenza, è praticamente obbligatorio, visto che le lunghezze focali in gioco aumentano sensibilmente il rischio di mosso (il percorso dei raggi luminosi nella lente è lungo in proporzione). Il treppiede, è appena ovvio, permette di scattare quando la luce è intrinsecamente scarsa, al crepuscolo, di notte e così via.

    Esiste però un’utilità meno palese, sottotraccia, in genere scarsamente considerata ma altrettanto importante. Il treppiede, fungendo come una sorta di zavorra contro le tentazioni della fretta ed gli eccessi del dinamismo, impone un approccio meditato, obbliga a fermarsi a pensare, a prendersi del tempo: è uno strumento di riflessione su quello che abbiamo intorno.

    Il controllo sull’inquadratura che il treppiede consente ha permesso di intuire e sfruttare la trama dei massi

     Forza il fotografo ad un metodo attento, ragionato e consapevole, liberandolo dalla frenesia dello scatto a mano libera; affranca dal gravame della fotocamera che ci spinge allo scatto sbrigativo, e ci induce a rallentare. E quando siamo lenti ci appare un mondo di possibilità e di dettagli che prima ci era precluso. Ci porta dentro il paesaggio, dentro l’ambiente, dentro l’inquadratura: provate a percorrere un tratto di sterrato in auto, e rifatelo poi a piedi: capirete cosa intendo dire.

    Il treppiede ci chiede tempo e fatica per portarlo e azionarlo, ma ci dà in cambio il controllo totale dell'inquadratura, la possibilità di soffermarci, guardarci intorno e scegliere, con tutta probabilità, una composizione più originale, un punto di ripresa migliore o quantomeno alternativo. Ci deve essere una qualche morale edificante in questo contrappasso. Più prosaicamente ci permette, scelta un’inquadratura, di tenerla congelata mentre ci guardiamo attorno e lavoriamo di fantasia; per usare una metafora informatica ci garantisce una copia di sicurezza dell’ultima versione.

    Ed ecco che, dato un ambiente naturale minimamente adeguato, si possono trovare infiniti spunti di scatto se solo ci diamo tempo e opportunità; allora il treppiede diventa come la bacchetta del rabdomante, se mi passate il paragone. Laddove esso si ferma, lì di certo si troverà una fonte di ispirazione, una sorgente per le nostre immagini: il treppiede è uno stato mentale.