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Si conclude con questo numero la trilogia sulla Natura
magistra vitae, e sulle lezioni che riserva a chi la avvicini con occhio attento
e animo aperto. Un tema lungi dall'essere esaurito, sul quale spero di tornare in
futuro.
Si dice spesso, ed è
vero, che si può fotografare anche fuori dalla porta di casa. È innegabile,
tuttavia, che noi fotografi siamo fondamentalmente nomadi: bramosi di visuali
vaghiamo in cerca dello scatto perfetto, dell'ambiente fascinoso, della scena
coinvolgente. Viaggiamo per uscire allo scoperto, rifuggire strade conosciute e
affrontare nuovi stimoli; ma non è solo la strisciante eccitazione dell'ignoto,
l'affrancarsi dalle sicurezze precotte d'ogni giorno, il saltare sulla giostra
del mondo con spirito bambino: noi viaggiamo perché amiamo la Natura. Una
Natura che non ha confini o nazioni, non ragiona per particolarismi, non
discrimina. Chi la ricerca si sente cittadino del mondo ovunque vada. Il viaggio
insegna che essa è dappertutto la stessa, nei suoi meccanismi, nei suoi
principi, nella sua bellezza tremenda o delicata, persino se si mostra in forme
diverse. Grande, magnifico, rivoluzionario messaggio in quest'epoca di
contrapposizioni artificiose di culture e religioni.
Vogliamo, per una
volta, parlare anche di persone? Spesso concepiamo i popoli lontani attraverso
luoghi comuni, tanto più generici quanto più remoti, apparentemente
impossibili da raggiungere. In realtà ormai basta saltare su un mezzo per
arrivare quasi ovunque, entrare in contatto con ambienti e società i più
diversi. Le barriere sono nella mente delle persone, piuttosto che qualcosa di
fisico. È così facile starsene a casa e chiudersi in un'idea preconfezionata,
travisare, mettersi sulla difensiva. Ragioniamo per tribù, difendiamo per
istinto il conosciuto e diffidiamo del diverso, geneticamente: è umano. Ma
siamo qualcosa di più di un corredo genetico in azione: possiamo uscire dal
guscio, andare verso l'altro, conoscerlo.
Il viaggio è
"mind opening": apre la mente. Più che la mente, tuttavia, è il
cuore che dovrebbe aprire: parlo di tolleranza, di comprensione, persino di
pace. Sono convinto che se ogni uomo nel mondo potesse viaggiare e conoscere
personalmente genti di ogni nazione, avremmo meno guerre, e il pianeta sarebbe
un posto migliore. Perché viaggiare significa imparare per differenze,
comprendere ciò che ci distingue ed arricchirsi in questa conoscenza.
Soprattutto, però, (come per la Natura) significa riconoscere e apprezzare le
cose che ci uniscono, che ci fanno sentire uguali. Capire che siamo gli stessi
ovunque, nelle emozioni, nel riso, nel pianto, nei sentimenti tremendi o
delicati, persino se li mostriamo in forme diverse.
Diventa semplice,
allora, ricordare una verità banale, troppo spesso dimenticata abbarbicati come
siamo alle nostre certezze, all'uscio di casa e al suo limitato orizzonte: c'è
un solo mondo da condividere, una sola Umanità, una sola Natura… una sola
pace da costruire e proteggere, per citare una parola desueta in questo
travagliato periodo. Ed ognuna di queste cose non sopravvive senza le altre.
È ingenuo parlare di
pace in quest'inizio di millennio? È retorico, demagogico? Io non credo. Credo
che la pace sia fatta della carne viva, dei gesti concreti di persone che
s'incontrano, si sorridono e si stringono la mano, che costruiscono una trama di
relazioni, che condividono differenze e si arricchiscono rispettandole. Il vero
dramma è che queste persone, e con loro noi che viaggiamo e la Natura in cui ci
muoviamo, non hanno mai avuto la possibilità di esprimersi e di cambiare i loro
stessi destini.
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