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Prosegue la riflessione iniziata nello
scorso
arzigogolo sugli insegnamenti che la Natura riserva attraverso la lente
(fisica e metaforica) della fotografia; su come cambia la percezione del mondo,
il nostro interagire con esso e le possibili distorsioni. In questo senso,
nessun argomento è tabù in una rubrica dedicata ai massimi sistemi della foto
di Natura.
La fotografia
naturalistica é l'arte dell'osservazione, della pazienza. Fermarsi, guardarsi
intorno, attivi e curiosi, diventare consapevoli di entità di cui impariamo
anche a conoscere funzioni e caratteristiche. È come scendere dal treno della
nostra vita di ogni giorno: il paesaggio che prima scorreva confuso al di là
del vetro diventa leggibile, comprensibile. La nostra lentezza, o l'immobilità,
mette in movimento ciò che è intorno a noi, lasciandoci finalmente
"vedere" la natura nel suo dispiegarsi. Quello che ci appare è
soprattutto un mondo che viaggia a velocità diverse a seconda dei protagonisti:
dai minuscoli insetti che nascono senza bocca (nemmeno il tempo di nutrirsi è
loro concesso), ai licheni che crescono un millimetro l'anno. Dagli alberi più
maestosi, per apprezzare lo sviluppo dei quali una sola vita non basta, alla
foresta tutta, un universo a sé dove si nasce, si lotta per la vita, si muore;
pian piano, però, ed in silenzio, dentro un ciclo che si misura in
epoche.
E la terra tutta, montagne e oceani apparentemente immutabili
ma gravati di un tempo finito, che ha una nascita come presupposto e una
distruzione come destino. Ogni dimensione ha un suo ritmo, pulsa ad una
specifica cadenza, tutti in relazione e in armonia con gli altri. Molti
travalicano la nostra percezione diretta. Come singoli e come società siamo
sovente fuori sincrono rispetto a questi tempi naturali.
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Licheni,
testimoni del tempo

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Appiattiti sulla
quotidianità, concentrati nei nostri problemi, diamo peso solo a ciò che è
"ora e subito". L'orizzonte temporale che riusciamo a immaginare, come
individui, è spesso limitato a pochi mesi; come specie, è una consapevolezza
che ci manca del tutto. Una sfasatura pericolosa. Chi può preoccuparsi di una
specie che vive poche ore? E il bosco che la ospitava? È malata ma resisterà
ancora per decenni, perché preoccuparsene? Chi vivrà abbastanza da vederla
sparire? Anche un singolo è in grado di rovinare ciò che non capisce e non gli
pare importante. Figurarsi quando le azioni sono su scala collettiva, o
mondiale.
L'incapacità di apprezzare processi che durano secoli, o anche solo
decenni, ha condotto a sminuirne o ignorarne l'importanza. Di certo il pianeta
può vivere a sufficienza per vedere sparire noi, che, prima specie nella
storia, interferiamo coi suoi equilibri. Il riscaldamento globale è solo
l'ultimo di una serie di fraintendimenti sull'effetto che il nostro operato
(intenso, potente, repentino) ha provocato sui meccanismi naturali (lenti per
definizione), e sarebbe l'esempio più clamoroso di miopia temporale se non
avessimo già avuto l'ubriacatura nucleare (scorie mortali per migliaia di
anni). Uno sfregio che nessun insetto o lichene o albero ha potuto, può né mai
potrà commettere nei confronti del suo stesso ambiente.
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