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    Fraintendere i ritmi naturali

    Pubblicato in "L'Arzigogolo" di gen 08, Oasis 173


    Prosegue la riflessione iniziata nello scorso arzigogolo sugli insegnamenti che la Natura riserva attraverso la lente (fisica e metaforica) della fotografia; su come cambia la percezione del mondo, il nostro interagire con esso e le possibili distorsioni. In questo senso, nessun argomento è tabù in una rubrica dedicata ai massimi sistemi della foto di Natura.

    La fotografia naturalistica é l'arte dell'osservazione, della pazienza. Fermarsi, guardarsi intorno, attivi e curiosi, diventare consapevoli di entità di cui impariamo anche a conoscere funzioni e caratteristiche. È come scendere dal treno della nostra vita di ogni giorno: il paesaggio che prima scorreva confuso al di là del vetro diventa leggibile, comprensibile. La nostra lentezza, o l'immobilità, mette in movimento ciò che è intorno a noi, lasciandoci finalmente "vedere" la natura nel suo dispiegarsi. Quello che ci appare è soprattutto un mondo che viaggia a velocità diverse a seconda dei protagonisti: dai minuscoli insetti che nascono senza bocca (nemmeno il tempo di nutrirsi è loro concesso), ai licheni che crescono un millimetro l'anno. Dagli alberi più maestosi, per apprezzare lo sviluppo dei quali una sola vita non basta, alla foresta tutta, un universo a sé dove si nasce, si lotta per la vita, si muore; pian piano, però, ed in silenzio, dentro un ciclo che si misura in epoche. 

    E la terra tutta, montagne e oceani apparentemente immutabili ma gravati di un tempo finito, che ha una nascita come presupposto e una distruzione come destino. Ogni dimensione ha un suo ritmo, pulsa ad una specifica cadenza, tutti in relazione e in armonia con gli altri. Molti travalicano la nostra percezione diretta. Come singoli e come società siamo sovente fuori sincrono rispetto a questi tempi naturali. 

    Licheni, testimoni del tempo

    Appiattiti sulla quotidianità, concentrati nei nostri problemi, diamo peso solo a ciò che è "ora e subito". L'orizzonte temporale che riusciamo a immaginare, come individui, è spesso limitato a pochi mesi; come specie, è una consapevolezza che ci manca del tutto. Una sfasatura pericolosa. Chi può preoccuparsi di una specie che vive poche ore? E il bosco che la ospitava? È malata ma resisterà ancora per decenni, perché preoccuparsene? Chi vivrà abbastanza da vederla sparire? Anche un singolo è in grado di rovinare ciò che non capisce e non gli pare importante. Figurarsi quando le azioni sono su scala collettiva, o mondiale. 

    L'incapacità di apprezzare processi che durano secoli, o anche solo decenni, ha condotto a sminuirne o ignorarne l'importanza. Di certo il pianeta può vivere a sufficienza per vedere sparire noi, che, prima specie nella storia, interferiamo coi suoi equilibri. Il riscaldamento globale è solo l'ultimo di una serie di fraintendimenti sull'effetto che il nostro operato (intenso, potente, repentino) ha provocato sui meccanismi naturali (lenti per definizione), e sarebbe l'esempio più clamoroso di miopia temporale se non avessimo già avuto l'ubriacatura nucleare (scorie mortali per migliaia di anni). Uno sfregio che nessun insetto o lichene o albero ha potuto, può né mai potrà commettere nei confronti del suo stesso ambiente.