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Fotografando la
Natura ho capito molte cose, ho avuto risposte a domande che non sapevo nemmeno
articolare. La sensibilità concentrata attraverso l'obiettivo è una
straordinaria antenna che sintonizza con la vita naturale, e i principi che la
sottendono.
Non solo emozioni,
quindi, ma anche insegnamenti. La Natura era magistra vitae, per i
Romani, ed é vero anche oggi che il nostro contatto con essa é più raro (o
assente). Non parlo di mere nozioni: l'apertura alare dell'aquila, quante uova
depone uno struzzo o altre amenità. Intendo, nientemeno, come funziona il
mondo.
Entrare in contatto
con l'ambiente attraverso la fotografia é un'occasione di crescita interiore
più rilevante della qualità finale delle foto, e anche del fotografare
stesso.
È passione e amore,
una liturgia che ci avvicina alla semplicità dell'assoluto. Vi paiono termini
eccessivi, ecclesiali e perciò fuori luogo? Non sono casuali: anche in chi,
come me, è ateo, la Natura evoca un imponente senso di religiosità e di
reverenza, sentimenti che mutano la fotografia in un atto di consapevolezza;
così io mi ci accosto, la rispetto e onoro.
Capitano nel mio
mirino, ad esempio, organismi semplici e altri sofisticati.
Vedo entrambi vivere
la vita con efficienza, seguendo il destino codificato nei loro geni: esistono,
si riproducono. Ergo sono specie di successo. Antichi come gli aracnidi o
l'albero di Ginko, immutato dal Giurassico, al pari delle orchidee Ofridi, così
nuove che ancora non sanno cosa fare da grandi: specie plastiche e in divenire,
che complicano la vita di tassonomisti e fotografi (che cercano di capire
cos'hanno in archivio). Ognuno compie il suo ciclo con pari importanza e
dignità.
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Ragni
e Orchidee: antico e moderno convivono nel presente

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