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Molte specie di farfalle vivono di
una vita effimera. Che duri un giorno o alcune settimane, la sproporzione tra
lunghezza della preparazione e vita dell'animale compiuto ci colpisce in ogni
caso. Vien da pensare che siamo noi a fare un'operazione impropria applicando
categorie umane, per cui la farfalla ci appare come la vita adulta, e la larva
il preliminare. Chissà che non sia il contrario, che la vita dei lepidotteri
non sia poi quella da bruco, con lo stadio finale come mero canto di cigno,
utile solo ad attirare il proprio simile e riprodursi: un'estrema celebrazione
di grazia disperata. Una sorta di ciclo vitale contrario rispetto al nostro, una
dorata pensione anticipata che va a concludersi con la riproduzione
(ammettiamolo: un buon modo di andarsene).
Mi sono reso conto che noi fotografi
siamo bruchi. Divoriamo quintali di realtà, ci passano davanti agli occhi
infinite visioni, eventi, scenari, dettagli… Li ingeriamo, masticandone la
dura scorza reale e cercando di assimilarne la concreta fibra, a volte davvero
indigesta. Pensare fotografia, in fondo, vuol dire essere sempre sintonizzati
sull'apparenza di ciò che ci circonda, un costante macinar di sguardi in
termini creativi.
Di queste immagini facciamo nostra
la gran parte, assorbendola magari senza rendercene conto. Tecnica e fotocamera
diventano poi la nostra crisalide, tramite la quale concretizziamo ciò che si
é visto… e non è per nulla facile tramutare una materia prima concreta,
strutture fisiche e reali, in una precaria e fugace materia estetica che tocchi
le corde della sensibilità di ognuno, forme e colori che trasfigurandosi
arrivino fin nell'animo. Così solo pochissime fotografie arrivano a farsi
farfalla, care agli occhi e al cuore. Abbastanza belle da evocare suggestioni,
da animarsi e volar via con ali proprie… come la farfalla, allora, la bellezza
si libera e si libra, ed é una magia meravigliosa, come lei seducente ed
altrettanto effimera, perché l'emozione che ci regala sovente non dura più di
un suo batter d'ali.
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