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Sogneremo di prossimi viaggi e
fughe, e di nuovi orizzonti. Io qui celebro invece la maestosità delle piccole
cose, la grandiosità delle dimensioni minime, un mondo alternativo in cui
fuggire, che non richiede trasferimenti onerosi, ma solo di essere considerato.
È il mondo del
microcosmo, e c'è un piccolo popolo ad abitarlo; non il drappello fiabesco di
gnomi e folletti dell'immaginario di ogni paese, ma una comunità reale, che
vive sotto i nostri occhi spesso ignari. È il popolo della microfauna, e della
flora: parlo dei piccoli animali, degli insetti, degli invertebrati, dei piccoli
fiori. Parlo anche dei dettagli, delle trame, delle mirabili strutture e dei
disegni naturali che da vicino guadagnano una proporzione imponente, altrimenti
invisibile ai nostri occhi, geometrie che nella dimensione minuscola rivelano la
loro straordinarietà. Lasciatemi essere banale: il filo di perle di una
ragnatela rugiadosa, le scalettature di una pigna, le venature di una foglia, il
caos policromo delle scaglie dell'ala di farfalla.
Al di là del
tripudio di forme e colori, l'universo piccolo è un mondo compiuto, in cui
vediamo svolgersi avvenimenti, concludersi drammi, accendersi passioni: chi si
rincorre per amore, chi per fame; chi si approfitta degli altri, chi ne è
sfruttato. Qualcuno finge, qualcuno ci casca; qualcuno muore, a volte in maniera
drammatica (ma esiste un modo non drammatico di morire?). Qualcun altro nasce,
ed é accudito con la stessa dedizione che ci aspetteremmo da una madre umana...
A volte, persino di più. Ritroviamo in pieno dinamiche e pulsioni cui siamo
avvezzi nella nostra scala dimensionale, nella nostra misura di animali
"superiori" grandi e grossi, una completa gamma di istinti e di
vicende riprodotta in parallelo, universo nell'universo.
Nella distanza che
colmeremo fermandoci a guardare, quando ci chineremo e per un attimo annulleremo
l'abisso che di solito ci separa dalla terra, e quindi dalla Terra, in
quell'istante riecheggerà la proporzione tra noi e il cosmo intero, e forse ne
percepiremo profondità e spazio, e le diverse scale di grandezza. Lasciatemi
essere banale ancora una volta: a quel punto chiedersi se noi pure, visti da
lontano, non si appaia come un brulicare di piccoli esseri stipati su un
granello di sabbia perduto nelle sfere celesti, forse non sarà davvero una cosa
originale, ma di certo la più naturale. Abbassare lo sguardo sulla terra avrà
allora lo stesso significato di alzare gli occhi alle stelle, e potremo
coglierne la stessa solennità.
Usciamo allora, e
pieghiamo il capo ad osservare, e che quel gesto sia anche un umile inchino al
rifiorire della vita, e alla primavera del piccolo popolo: ci accorgeremo presto
di quanto saprà ricompensarci.
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