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“Come fotografiamo
è ben più importante di cosa fotografiamo”. Recentemente un amico ha scritto
questa frase semplice e diretta su una sua presentazione, laddove per “come”
si intende un certo approccio, un modo di concepire la fotografia, più che la
tecnica utilizzata. Franca e vera come solo le asserzioni apparentemente banali
sanno essere, ha avuto molti riscontri positivi nel pubblico, e mi ha condotto
ad una riflessione sul suo significato più profondo (a proposito, grazie Erminio).
Suona prima di tutto come un invito ad un approccio meditato e consapevole, più
riflessivo sul nostro fotografare, con un peso maggiore dato all’interpretazione,
allo studio e alla tecnica di rappresentazione. E se questo è vero, com’è
vero, si pone subito un’altra questione, strettamente legata: perché
fotografiamo la natura? Cosa ci induce a sorbirci lunghe attese (spesso vane),
disagi, avversità meteorologiche, faticose camminate, costi e pesi non
indifferenti?
La risposta è ovviamente personale, ma credo di interpretare il
pensiero della maggior parte dei fotografi naturalisti se affermo che lo
facciamo perché vogliamo stabilire un contatto. Certo, esistono motivazioni
accessorie: la competizione con il soggetto, se parliamo di fotografia di
animali (chi mi legge sa quanto la trovi sbagliata); il conseguimento di un
risultato esteticamente ed emotivamente apprezzabile ed apprezzato dagli altri;
persino la genuina soddisfazione di fissare in immagine un bel ricordo.
Fondamentalmente
però si cerca una relazione con l’ambiente, si aspira a vivere in pienezza la
sensazione di appartenenza a ciò che amiamo, la Natura, e il piacere dell’osservazione
e della scoperta di forme, colori, sensazioni che probabilmente non avremmo
conosciuto in modo così intimo senza il pretesto di fotografarle.
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Un
fiore (Geum rivale), soggetto tanto a portata di mano quanto carico
di grazia
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Ne consegue
anche che la buona fotografia paradossalmente prescinde dal soggetto, e che non
occorre percorrere migliaia di chilometri per ottenere buone immagini, anche se
ovviamente il fascino degli ambienti naturali inconsueti o la maggior facilità
di approccio alla fauna costituiscono spesso, e giustamente, un forte richiamo
per molti; in primis il sottoscritto, che si sente cittadino del mondo proprio
perché suddito di un regno naturale che è ovunque. Basterebbe uscire da casa e
dedicarsi a quello che, persino nel nostro paese vessato da una scarsa cultura
naturalistica, è possibile trovare nel raggio di qualche decina di chilometri,
e che proprio per questa sua contiguità è tanto più fragile e minacciato, e
meritevole di attenzione.
Il valore di una foto non sta nell’esotismo del
soggetto, e nemmeno nelle difficoltà superate. Conta l’anima, la magia che il
fotografo ha saputo infonderle, l’emozione che è riuscito a trasmettere. La
fotografia naturalistica va vissuta come un momento di passione e di amore, una
liturgia che ci avvicina all’assoluto delle cose naturali. Un’occasione di
crescita, di consapevolezza, di nuova attenzione per la Natura dovuta
all'osservazione finalizzata allo scatto; tutto questo é più importante del
soggetto che avremo scelto e del luogo dove l’avremo trovato, e persino della
qualità finale dei nostri sforzi fotografici, della nostra bravura. La
fotografia diventerà allora un mezzo, e non un fine, l’interfaccia ideale
attraverso la quale posare un occhio diverso su quello che ci sta intorno; non
fosse che per questo, mi spingo a dire che probabilmente ci farà diventare
persone migliori.
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