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    Le ragioni del Cuore

    Come e perché fotografiamo, ed altre divagazioni.

    Pubblicato in "L'Arzigogolo" di set/ott 05, Oasis 162


    “Come fotografiamo è ben più importante di cosa fotografiamo”. Recentemente un amico ha scritto questa frase semplice e diretta su una sua presentazione, laddove per “come” si intende un certo approccio, un modo di concepire la fotografia, più che la tecnica utilizzata. Franca e vera come solo le asserzioni apparentemente banali sanno essere, ha avuto molti riscontri positivi nel pubblico, e mi ha condotto ad una riflessione sul suo significato più profondo (a proposito, grazie Erminio). Suona prima di tutto come un invito ad un approccio meditato e consapevole, più riflessivo sul nostro fotografare, con un peso maggiore dato all’interpretazione, allo studio e alla tecnica di rappresentazione. E se questo è vero, com’è vero, si pone subito un’altra questione, strettamente legata: perché fotografiamo la natura? Cosa ci induce a sorbirci lunghe attese (spesso vane), disagi, avversità meteorologiche, faticose camminate, costi e pesi non indifferenti? 

    La risposta è ovviamente personale, ma credo di interpretare il pensiero della maggior parte dei fotografi naturalisti se affermo che lo facciamo perché vogliamo stabilire un contatto. Certo, esistono motivazioni accessorie: la competizione con il soggetto, se parliamo di fotografia di animali (chi mi legge sa quanto la trovi sbagliata); il conseguimento di un risultato esteticamente ed emotivamente apprezzabile ed apprezzato dagli altri; persino la genuina soddisfazione di fissare in immagine un bel ricordo. 

    Fondamentalmente però si cerca una relazione con l’ambiente, si aspira a vivere in pienezza la sensazione di appartenenza a ciò che amiamo, la Natura, e il piacere dell’osservazione e della scoperta di forme, colori, sensazioni che probabilmente non avremmo conosciuto in modo così intimo senza il pretesto di fotografarle. 

    Un fiore (Geum rivale), soggetto tanto a portata di mano quanto carico di grazia

    Ne consegue anche che la buona fotografia paradossalmente prescinde dal soggetto, e che non occorre percorrere migliaia di chilometri per ottenere buone immagini, anche se ovviamente il fascino degli ambienti naturali inconsueti o la maggior facilità di approccio alla fauna costituiscono spesso, e giustamente, un forte richiamo per molti; in primis il sottoscritto, che si sente cittadino del mondo proprio perché suddito di un regno naturale che è ovunque. Basterebbe uscire da casa e dedicarsi a quello che, persino nel nostro paese vessato da una scarsa cultura naturalistica, è possibile trovare nel raggio di qualche decina di chilometri, e che proprio per questa sua contiguità è tanto più fragile e minacciato, e meritevole di attenzione. 

    Il valore di una foto non sta nell’esotismo del soggetto, e nemmeno nelle difficoltà superate. Conta l’anima, la magia che il fotografo ha saputo infonderle, l’emozione che è riuscito a trasmettere. La fotografia naturalistica va vissuta come un momento di passione e di amore, una liturgia che ci avvicina all’assoluto delle cose naturali. Un’occasione di crescita, di consapevolezza, di nuova attenzione per la Natura dovuta all'osservazione finalizzata allo scatto; tutto questo é più importante del soggetto che avremo scelto e del luogo dove l’avremo trovato, e persino della qualità finale dei nostri sforzi fotografici, della nostra bravura. La fotografia diventerà allora un mezzo, e non un fine, l’interfaccia ideale attraverso la quale posare un occhio diverso su quello che ci sta intorno; non fosse che per questo, mi spingo a dire che probabilmente ci farà diventare persone migliori.