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Figli di un dio minore
I
limiti della divulgazione
Pubblicato
in "L'Arzigogolo"
di lug/ago 05, Oasis 161
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Inutile negarlo: ci sono animali di
serie A e altri di serie B. Esistono nel sentimento popolare, e di conseguenza
nel passaggio dalla ricerca scientifica alla divulgazione, in particolare quella
per immagini, si avvera una sorta di discriminazione che privilegia in genere
gli animali più simpatici, "carini", più vicini all'esperienza
umana, lasciando da parte gli altri; tra questi alcune delle categorie in cui la
biodiversità si esprime al massimo, come gli invertebrati, per fare un esempio,
oppure i vegetali. Le specie più affini all'uomo (l'Essere superiore!) vengono
privilegiate, altre sono popolari solo per le emozioni forti che inducono, se
sono mostruose, o colpiscono in qualche modo l'immaginazione, come le mantidi
del numero scorso. Alcune categorie di animali vengono addirittura soppresse
senza esitare per mero istinto di repulsione (ragni, serpenti); istinto che ha
radici genetiche, probabilmente, e che condividiamo con gli altri primati… ma,
diamine, credo che potremmo permetterci più self control di uno scimpanzé,
tutto sommato, anche se condividiamo il 98% del genoma.
In realtà lo scienza insegna che la
biodiversità significa proprio pari dignità di ogni creatura: la parola chiave
è differenziazione. Darwin stesso non concepiva l'evoluzione delle specie come
una progressione da inferiore a superiore, da peggiore a migliore. Solo nei suoi
ultimi anni, forzato dal consesso scientifico e politico, parlò di
"progresso" nell'evoluzione.
Il valore dell'evoluzione sta piuttosto
nella diversificazione per cui ogni animale è adatto al suo specifico ambiente;
hanno quindi diritto di uguale cittadinanza animali complessi e animali
semplicissimi… chi può dire quale animale è "migliore", più degno
di essere conosciuto? Ogni cosa è relativa, ha valore nel contesto in cui si
sviluppa; la vita è differenza, e la diversità è ricchezza, come qui
leggerete spesso.
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Un
avvoltoio orecchiuto (Torgos tracheliotus): si può davvero definire
"brutto"?
(condizioni
controllate)
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Eppure è vero, forse inevitabile:
alcuni soggetti risultano più accattivanti per l'animo umano. Ragioniamo per
istinto, siamo sensibili agli stimoli emotivi e così antropocentrici da essere
attratti da qualsiasi cosa riferibile a noi: un'espressione, una smorfia, un
atteggiamento. Questo è tanto più vero nella foto di natura perché qui
l'elemento umano non esiste, viene volutamente escluso. Di conseguenza certe
immagini spiccano ancor di più: grandi animali con grandi occhi, buffe scimmie,
feroci squali e grandi gatti (leggi leoni), ed altra carne da copertina.La
responsabilità dei media è grande, poiché cavalcano il pregiudizio per
acquistare gradimento. Forse non può essere altrimenti, quando un mezzo di
informazione ha come scopo non tanto l'informazione tout court, ma il profitto
attraverso di essa.
La spettacolarizzazione, come spesso
accade, porta alla banalizzazione. Le conseguenze possono essere pesanti, visto
che la sensibilità dell'opinione pubblica dovrebbe orientare (il condizionale
è d'obbligo) le scelte delle classi governanti. Ci si angustia per la sorte
della rondine, ma non ci tocca quella dell'ibis eremita, per citare un uccello
"sgraziato" e quasi estinto, o di un avvoltoio, brutto e dalle
abitudini così poco urbane, nonostante siano più minacciati. E non passa mai
per intero il concetto che se si estingue un insetto, forse è la foresta in cui
vive ad essere in pericolo, e che è in gioco molto più che una singola specie.
Il ruolo della fotografia è
importante: non si può amare ciò che non si conosce, ma ancor di più sono
convinto che non si possa conoscere davvero ciò che prima non si ama. La
funzione dell'immagine non dovrebbe essere solo documentativa, quindi, ma, cosa
anche più importante, di stimolo emotivo: il primo passo è la fascinazione,
poi verrà l'approfondimento; non è necessario conoscere la biologia di un
fiore per restarne affascinati, come non è necessario sapere come funziona il
motore per guidare un'auto. È la magia ciò che ci muove. È quindi
responsabilità anche del fotografo naturalista, che sia un professionista o un
amatore non importa, fare in modo che parte di questa magia investa anche i
soggetti meno considerati, ritraendoli e mostrandoli senza reticenze.
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