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    Caccia? No, grazie. Neanche fotografica.

    Distinguiamoci anche nei termini dalla pratica venatoria

    Pubblicato in "Attraverso lo specchio" apr 09, Asferico 30, e in "L'Arzigogolo" di mag/giu 05, Oasis 160


    Il gheppio caccia per vivere: a differenza dell'uomo non può scegliere.

    Per caccia fotografica si intende la fotografia agli animali selvatici in libertà. L'origine del termine risale agli inizi degli anni '70, quando veniva proposta per la prima volta un'alternativa diversa e incruenta all'attività venatoria, allora forma imperante di interazione "ricreativa" tra l'uomo e gli animali, in un mondo che già poteva ben farne a meno. Il termine "caccia fotografica" era adeguato, immediatamente adatto a incarnarne l'alterità. Dalla caccia, effettivamente, la fotografia di animali mutua alcuni aspetti, visto che i "soggetti" sono gli stessi. 

    Simili sono l'abbigliamento, gli ambienti, le tecniche di appostamento o avvicinamento, gli accessori e soprattutto le smargiassate tra amici.  Simili le lunghe attese, i sensi all'erta, quell'armamentario di suggestioni riconducibile ad un più o meno atavico e giustificabile istinto predatorio, simile la gioia di muoversi in libertà nella natura. Simile è il pathos di quell'istante in cui prendendo la mira (inquadrando) si finalizzano ore di sforzi (spesso giorni, nel caso del fotografo). Similitudini solo apparenti: l'atteggiamento e lo spirito sono in realtà diversi. 

    Fotografare la natura, anche quando siano necessari tempismo e riflessi, è prima di tutto osservazione, contemplazione e infine compassione, dal latino cum passionem, cioè condivisione di sentimenti. Laddove il cacciatore afferma con tempra virile (avete mai visto donne cacciatrici?) la propria superiorità e il proprio dominio sulla Natura, il fotografo è invece gratificato proprio dal sentirsene parte integrante, trattando gli altri esseri con pari dignità. Straordinario, in questo senso, che nel terzo millennio un cacciatore detenga ancora più diritti e libertà di movimento di un fotografo per il solo fatto di imbracciare un fucile anziché una fotocamera. 

    Ma è nell'atto conclusivo che le già tenui affinità cessano del tutto, e bruscamente. Le due attività, anzi, prendono vie diametralmente opposte, antitetiche. La caccia implica una fine cruenta, è nè più nè meno l'eliminazione fisica di un altro essere vivente a fini di svago; detto così suona grottesco, ma è esattamente quello che accade. Nella differenza che passa tra un grilletto ed un pulsante di scatto, tra la violenza di uno sparo e il soffice frullar d'ingranaggi di un motore, qui sta l'abisso tra una morte data e la bellezza celebrata per immagini, l'esaltazione gioiosa della vita. La distanza non potrebbe essere più grande. Il fotografo cerca il contatto con l'animale perché è affamato di vita, e lo fa condividendo quest'emozione con gli altri, nel momento in cui la sua foto è offerta allo sguardo altrui. Niente a che vedere con un atto egoistico di morte. 

    Il fotografo scatta un'immagine con la consapevolezza che il suo "bersaglio" continua a vivere; non interrompe, non distrugge, non elimina. Nessuna esplosione di piume, nessun volo elegante che, in un turbine di penne, si spezza in uno sgraziato e tragico precipitare al suono di uno sparo. Nessuna fuga disperata e sanguinante, con le viscere esposte, in attesa di essere straziato dai cani. Immagini crude, ma uccidere non è mai un gesto pulito. Di questo si tratta, questa è la premessa, lo scopo e l'epilogo di una caccia: una morte cruenta. Anche nel peggiore dei casi un fotografo ambizioso, grossolano, vanesio o ignorante non si avvicina nemmeno a tanto (e ce ne sono, non dubitate: tutti quelli che interpretano la foto di natura come competizione con gli animali o con gli altri fotografi).

    No, decisamente non amo la definizione di "caccia fotografica". A costo di far inorridire gli amici della Società Italiana di Caccia Fotografica (giustamente orgogliosi della loro storica griffe) e di promuovere un'altra discussione sul nulla, mi piacerebbe davvero che si trovasse una formula verbale differente: ciò che andava bene 35 anni fa può non essere conveniente adesso. Molte cose sono cambiate da allora, anche grazie alla fotografia naturalistica. Gli anglosassoni usano il termine wildlife photography, cioè fotografia della vita selvatica, i francesi parlano semplicemente di photo animalier. "Fotografo di animali"? "Fotografo della vita animale"? Una formula vale l'altra, se si tratta di prendere le distanze da una cultura di morte. Non parliamo solamente di un vezzo politically correct, ma di un modo opposto di porsi di fronte ad un soggetto che è la vita stessa. Tutto, in questo mondo di comunicazione globale, si gioca sui termini e quello che essi contengono. Le parole sono grandi strumenti di potere, e chi le controlla in genere comanda. Le parole sono pietre, le parole possono fare male, a volte possono uccidere. E "caccia" è una di queste.