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Il nostro paese è considerato a buon diritto la patria del
paesaggio dolce e armonioso (ho dei dubbi che lo resti per molto tempo ancora,
ma questa è un’altra storia). Le colline dell’Italia centrale, tanto per
fare un facile esempio, sono decantate e raffigurate da secoli; la fotografia
non si è certo tirata indietro in questa gara celebrativa. Campi di grano,
pascoli, filari di cipressi, oppure frutteti in fiore, vigneti nei caldi colori
autunnali, e ancora campi di lavanda, di girasoli, di colsa. È tutto un inno
alla bucolica poesia della natura… della “natura”? Esiste un fondamentale
equivoco su questo punto, che a mio parere ha conseguenze subdole.
Campi fioriti, pascoli, boschi di coltivazione fanno parte in
realtà del cosiddetto paesaggio antropizzato, ambienti modificati dall’uomo,
anche se ormai entrati a far parte della cultura e dell’esperienza visiva di
ogni giorno. Sono i luoghi di un’armonia tipicamente umana, razionalizzata,
ordinata e addomesticata, ma anche ricca di una sua valenza estetica specifica
per l’estremo rigore compositivo in lei connaturata. Tuttavia parliamo di
ambienti sostanzialmente artificiali: il loro carattere monotipico e
l’appiattimento ambientale che ne deriva li caratterizza anzi come sinonimo di
povertà naturale; sono la tomba della famosa “biodiversità”, di cui tanto
si parla in questo periodo (spesso a sproposito, rischiando di trasformarla in
un vuoto slogan). Nella sua eleganza organizzata il paesaggio antropizzato è
qualcosa di molto diverso dal paesaggio della Natura, quella con la “N”
maiuscola.
A questo punto occorrerebbe una definizione di cos’è la
Natura, un tema che da solo riempirebbe un libro… limitiamoci a considerare
Natura quell’ambiente che si autoregola e autodetermina, i cui meccanismi sono
leggi alle quali l’uomo si adegua, rispettandole, e che non sovverte
interamente a fini utilitaristici. Qualcuno potrebbe dire che di questo tipo di
Natura non ne esiste sostanzialmente più (i pochi lembi lasciati esistere per
gentile concessione, come foglie di fico) e forse non avrebbe tutti i torti
(anche su questo punto si potrebbe scrivere un libro, anzi è già stato
scritto: “La fine della Natura”, Billy McKibben, Bompiani 1989).
Cosa centra la fotografia in tutto questo, direte voi?
Centra, perché questi posti, alla fine, a noi piacciono. Li cerchiamo, li
fotografiamo. Nulla di male in questo, anzi, ma è interessante come il modo in
cui ci rapportiamo ad essi ci possa far capire quali sono i nostri meccanismi
mentali e gli equivoci che possono generare.
L’uomo tende ad apprendere e ragionare per simboli,
categorie e schemi, e di conseguenza sente più prossimo a sé quello che
risponde a queste logiche, anche dal punto di vista puramente estetico. Il
nostro occhio “legge” il paesaggio selettivamente, siamo colpiti dai motivi
geometrici, forse in quanto apparenti frutti dell’intelletto anziché del
disordine casuale, e quindi più simili al nostro modo di pensare. Quasi
invochiamo con lo sguardo moduli ripetitivi, linee rette e contorni definiti,
prospettive, volumi e contorni certi, al punto che quando fotografiamo il
paesaggio naturale lo rimettiamo “in ordine”, per rendere una foto più
fruibile e interessante.
Nel caso dei paesaggi antropizzati veniamo accontentati,
perché troviamo filari, ondulazioni, sequenze di colori, stratificazioni di
petali e corolle, fughe di tronchi e sentieri.
I nostri schemi mentali sono basati su un estetica razionale,
e riluttanti ad apprezzare gli schemi caotici propri della Natura; “caos” in
questo caso va inteso solamente nel senso visivo, perché dal punto di vista
funzionale la Natura è decisamente antitetica al caos. Da tutto questo
probabilmente nasce il malinteso che qualsiasi spazio verde (in senso lato) sia
automaticamente buono e giusto, persino un campo da golf, tanto per citare una
delle cose più “morte” che ci siano.
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Sopra
e sotto, due interpretazioni stagionali di un'immagine simile. Linee
geometriche, campiture colorate, forme in sequenza: paesaggio? Certo, ma
altrettanto certamente non si tratta di Natura |
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