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    Speriamo che sia femmina

    Pubblicato su Asferico ago 08, n.28


    Si vedono poche foto emozionanti, e meno ancora “emozionate”; emozionate perché si avvertono chiaramente il pathos e il tentativo, spesso oggettivamente complesso, del fotografo di esprimerlo e condividerlo. Buona parte di queste immagini arriva da mani femminili, quantomeno rispetto al passato; quantomeno in proporzione al numero di fotografe in circolazione. La fotografia naturalistica è un mondo tradizionalmente maschile. Una situazione che riflette i limiti culturali della società che la esprime, per non parlare della desolante realtà per cui è ancora rischioso per una donna girare in natura da sola, nel nostro paese. La foto di natura, quindi, è stata per decenni la “caccia fotografica” e poco più, l’animale ripreso per il gusto di “averlo”, sovente senza una ricerca espressiva. L’anelito alla “cattura” appartiene storicamente all’immaginario virile, retaggio dell’antico cacciatore arrivato fino all’homo tecnologicus in forma di predazione virtuale. Un’attitudine che nel terzo millennio sembra grottesca ma ben presente: ecco allora racconti di gesta epiche, vanterie da bar e tutto l’armamentario tipico del maschio che annusa i rivali.

     

    Ancora: la difficoltà cronica dell’uomo (latino, per la verità) nel parlare di emozioni, condividere i sentimenti, come se aprirsi fosse una debolezza. Eppure proprio questi sono la materia prima di ogni moto creativo, e quindi anche fotografico! Non addentriamoci oltre nella psicologia, e limitiamoci a constatare che ciò, in media, è quello che avviene nel nostro settore (mi perdonerete le generalizzazioni: in qualsiasi campo, quando si scende nei casi singoli si può dimostrare tutto e il suo contrario; ragionare per categorie e schemi è inevitabile, anzi necessario, in una discussione generica).

    Esistono quindi una fotografia “maschile” e una “femminile”? A mio parere sì, e non vi nascondo che prediligo la seconda. Lungi da me l’intenzione di creare contrapposizioni posticce; vedo uomini e donne come parti di un unico organismo, emisferi di un solo cervello (la metà del cielo, ricordate?), più completo e ricco in forza delle sue diversità. Dico solo che vedo più donne-fotografo, rispetto al loro esiguo numero, rappresentare la natura al pieno delle sue potenzialità.

     

    La foto naturalistica documenta, certo, ma anche esprime sensazioni ed emozioni, quelle stesse che toccano nell’animo prima il fotografo che vi si accosta, e poi (almeno nelle intenzioni) chi vedrà le sue foto. Empatia e quindi passione, per coinvolgere e infatuare, prima che documento per interessare. Vado oltre. L’attenzione al dettaglio e all’atmosfera piuttosto che alla cattura del momento; l’accettazione e la valorizzazione della propria sensibilità; l’accostarsi più partecipato a forme e colori, che restituisce un maggior senso d’intimità; il minor peso dato all’animale ripreso in quanto tale (per dire “l’ho fatto”). Tutti elementi che sono fondamentali per la fotografia in generale: uno sguardo femminile, quindi, sarebbe auspicabile a prescindere dal sesso di chi fotografa, perché più pertinente coi temi della natura stessa, più adatto a celebrarne la grazia. Certo, è più facile comprare un 500 mm che non tradurre in immagini quel po’ di poesia che alberga in noi, quell’immensa poesia che la natura ci offre (e mi metto in cima alla lista).

    Il digitale ha aumentato il numero dei “fotografi” in circolazione (virgolette non casuali); il pubblico femminile attivo è aumentato in proporzione, e più che in passato sembra interessato alla foto in natura. A questo non ha corrisposto un aumento della qualità: il dibattito nella fotografia naturalistica è viceversa arretrato di vent’anni, dal punto di vista dello spessore naturalistico dell’approccio. Gran parte dei nuovi adepti non ha una cultura ambientalista di base, quella che nei decenni scorsi si sviluppava attraverso la discussione sociale (ora defunta) e un’editoria diffusa e avveduta (idem); sono soggetti che hanno evoluto la quotidianità del gadget elettronico verso qualcosa di più sofisticato, ma sempre vissuto in modo ludico e disimpegnato. Eccoci allora tornare su temi che si pensavano acquisiti: la conoscenza dei soggetti, l’etica, l’attenzione alla luce e alle atmosfere anziché l’ossessione del “faccione” costi quel che costi (ogni tanto, anche l’incolumità del soggetto). In due parole, la foto “maschile” nel suo aspetto più torvo.