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    Sua Altezza il Reale

    Perché amare la fotografia di Natura.

    Pubblicato come "Sembra un quadro?" su Asferico apr 08, n.27


    Una dichiarazione d'amore mi pare il modo migliore di esordire in questo spazio. Ho sempre considerato la fotografia di Natura un genere a sé stante, nel vasto mondo della fotografia. Prima di tutto perché il soggetto è la Natura stessa. Concetto assoluto, pervasivo, universo in cui tutto vive ed è inscritto; non solo ideale, ma realtà tangibile, entità concreta. 

    Avvicinarla presuppone un coinvolgimento emotivo, un afflato etico permeante che in altri campi non è scontato. La fotografia naturalistica, se praticata in modo consapevole, vuole degli adepti, non semplici praticanti: discepoli appassionati, dove passione significa amore ed adesione ai suoi valori basilari.

    La fotografia di Natura, inoltre, si fonda più di altre sull'adesione alla realtà. Chiarisco: non ho assolutamente intenzione di sostenere che la fotografia sia una documentazione oggettiva, o che la fotografia naturalistica sia più imparziale di altri generi. 

    Non confondiamo la fedeltà (o meno) di un'immagine con la realtà del soggetto rappresentato: un'immagine naturalistica può legittimamente aspirare ad essere poco realistica, ma resta una ripresa del reale. La fotografia è sempre interpretazione: i miei venticinque lettori sanno che questo è una sorta di mantra, per me. Il filtro del fotografo e le scelte che opera impediscono di considerarla un mero resoconto documentale. 

    Ogni rappresentazione fotografica, tuttavia, parte dal reale e su esso si basa con forza, a maggior ragione nel nostro settore: è proprio quello che ci troviamo davanti, esattamente come lo vediamo, l'oggetto del nostro amore.

    Alcuni fattori specifici rendono il compito più arduo.

     Il primo di essi è l'assenza dell'elemento umano, eterna pietra di paragone delle nostre menti necessariamente antropocentriche; siamo uomini, non si scappa, e come tali ragioniamo (ragioniamo?). I visi altrui, le strutture artificiali, i manufatti sono i simboli con cui siamo abituati ad interagire, in cui meglio ci riconosciamo e che prima capiamo.

    È necessario allora affidarsi alla tecnica espressiva, alla grammatica della rappresentazione visiva, per sollecitare le corde dell'animo ancora sensibili ai soggetti genuinamente naturali.

    Soprattutto, però, la foto di Natura parte da un soggetto non modificabile né condizionabile. Il fotografo non interviene su ciò che vede, si limita ad interpretarlo. I margini di manovra sono ridotti: ciò che appare è sempre e solo ciò che aveva di fronte. Non vi è nulla di veramente artefatto, di provocato, perché quasi nulla può essere controllato. L'interazione è limitata: non potete spostare un albero, disporre graziosamente fiori e farfalle come in una natura morta (un ossimoro, oltretutto), gestire l'illuminazione (il sole... l'unica è attendere che si sposti). 

    Chiedete un'altra espressione allo stambecco, o al vento di non soffiare. 

    Non si può cambiare ciò che si ha davanti, e nemmeno dobbiamo farlo: quella è la materia di cui ci nutriamo, che ci dice che il mondo naturale è bello così com'è, ed il fotografo ne è solo l'umile servitore. Ben lungi dall'essere un limite, lo considero anzi l'inestimabile valore aggiunto della fotografia naturalistica.

    Foss'anche per questo soltanto amo la fotografia più della pittura: mentre la prima non prescinde dal legame con la terra ed il reale, la seconda è spesso autoreferenziale, centrata sulle dinamiche dell'individuo, tesa a cambiare la percezione delle cose. 

    Grazie, no: tutta l'armonia e la poesia di cui ho bisogno sono là fuori che aspettano solo uno sguardo attento. Tanto più stimolante sarà allora distillare emozioni sfruttando la discrepanza tra il reale, con la sua inevitabilità, e come ognuno riesce a rappresentarlo.

    Per questo, forse, di fronte ad una foto ispirata e molto personale sento dire: "Che bella! Sembra un quadro". La distanza tra come conosciamo un soggetto e come il fotografo lo interpreta esalta la suggestione dell'immagine. Curioso ribaltamento di prospettiva per cui la meraviglia si amplifica tanto più esso è concreto, se non comune; solamente, l'osservatore non l'aveva mai guardato con gli stessi occhi del fotografo (perché poi citare la pittura per lodare una foto?). Mi vien sempre da gridare: "È tutto lì, l'avete avuto sempre davanti agli occhi!". Non giace in una dimensione aliena, in un universo parallelo che solo il fotografo-sciamano intuisce. È a disposizione, se solo vogliamo avvicinarci. Difficile far capire la forza semplice ma rivoluzionaria di questa affermazione.

    La sfida e la grandezza della nostra fotografia stanno in questo: cantare la Bellezza assoluta di ciò che esiste senza doverlo inventare; l'incanto delle cose naturali per come esse sono. Al contempo affermare che quanto è in foto esiste da qualche parte, vivo e reale, ha un posto nel disegno delle cose, merita rispetto e quasi sempre anche tutela. Da tutto ciò, infine, discende la futilità delle manipolazioni: il tradimento dello spirito stesso per cui si dovrebbe fotografare la Natura… materia per un prossimo appuntamento, casomai.