Meno è meglio. 

Alla ricerca della semplicità

Pubblicato in "L'angolo della Tecnica" di Oasis 158, dicembre 04


Meno è meglio, o, come diceva Ludwig Mies Van Der Rohe, “Less is more”: meno è di più. Egli (architetto, autore del Seagram Building di New York) ha applicato efficacemente questo principio all’architettura, ma è una dottrina che possiamo considerare altrettanto valida per la fotografia, se non per gran parte delle cose della vita. Spesso il problema che affligge il fotografo è quello di un sovraccarico di elementi da padroneggiare nell’inquadratura, soprattutto nella fotografia di natura, a tutto discapito dell’efficacia dell’immagine finale.

Al contrario, uno stile caratterizzato da un’estrema sobrietà formale, e dal rifiuto di fronzoli e orpelli che possano distrarre un osservatore, aiuta a rafforzare il messaggio di una fotografia. Più questo messaggio è semplice e lineare, maggiore è la sua forza penetrativa e maggiore l’impatto su chi lo riceve. L’attenzione deve essere concentrata su un singolo concetto, su una singola atmosfera, suggestione, sensazione.

Applichiamo un po’ di sano minimalismo ai nostri scatti, dunque. Operiamo, per cominciare, scelte precise su cosa fotografare, escludendo dall’inquadratura tutti quei fattori che non siano immediatamente riconducibili al contenuto che vogliamo far risaltare. In questo senso il migliore strumento tecnico, a parte le nostre gambe, è il teleobiettivo; con la sua ridotta porzione di campo inquadrato permette di penetrare l’ambiente, di “tagliare” lo scenario come un bisturi visuale, di eliminare degli elementi e tenerne altri, o di qua o di là.

Fondamentale poi è scegliere uno sfondo uniforme, levigato, che distragga il meno possibile: cerchiamo una quinta omogenea da contrapporre al primo piano, una trama, una struttura ricorrente. Anche la ridotta profondità di campo del tele ci viene in aiuto, così come, in genere, l’uso di un diaframma molto aperto: possiamo in questo modo ottenere uno sfondo uniforme attraverso la sua sfocatura. Altre tecniche per dare rilievo al soggetto sono utili: il panning, i contrasti cromatici tra primo piano e sfondo, la ricerca di luci estreme, direzionali. Caso estremo di quest’ultimo approccio è la silhouette, forse la massima espressione della semplificazione: il soggetto è privato del suo dettaglio, della sua materialità; rimane a descriverlo un semplice profilo, puro contorno privato di contenuto. Un buon esercizio potrebbe essere scattare fotografie che contengano solo due elementi, come le immagini proposte in queste pagine. La ricerca della semplicità ci schiude poi il mondo del particolare: quando oltrepassiamo la soglia di una visione frettolosa riusciamo a captare una moltitudine di spunti, di soggetti e di forme. Per dirla ancora con Var Der Rohe, "God is in the details", Dio è nei dettagli.

Semplicità non è tuttavia sinonimo di minore difficoltà: la sfida sta nel cercare di catturare l’essenza di un soggetto, senza cadere in una sorta di astrattismo gratuito, una scatola vuota che ci porterà a immagini banali. Questo è tanto più vero quanto più il soggetto è “facile”, accessibile, come spesso accade nella fotografia di particolari.  Non bisogna mai perdere di vista l’emozione che ci spinge allo scatto, il senso ultimo di ciò che desideriamo esprimere: come sempre, la scelta tecnica è il mezzo, non un esercizio di calligrafia fine a se stesso. Ad un livello più tecnico, la rarefazione degli elementi e la maggior attenzione che grava su ognuno di essi, richiede necessariamente che tutto sia perfettamente bilanciato. Qualsiasi fattore negativo , tecnico o interpretativo, esce esaltato allo stesso modo di quelli positivi coi quali cerchiamo di esprimerci. Una sfocatura, una sbavatura nell’esposizione, un’inquadratura non perfettamente bilanciata salteranno all’occhio con molta più evidenza. Per questo, paradossalmente, più un’immagine è semplice (nel senso di semplificata), meno essa è semplice (nel senso della facilità): è necessario anzi che sia ineccepibile sotto ogni punto di vista.

Semplificare è importante non solo per il risultato che otteniamo (che si spera migliore), ma anche, e forse soprattutto, per il fatto stesso di ricercarlo. 

Come si è detto, semplificare significa spesso operare per esclusione, significa quindi compiere scelte decise e consapevoli su cosa evidenziare. Ci spinge ad un percorso mentale in cui rispondiamo a precise domande: “Cosa mi colpisce in ciò che vedo? Qual è la sensazione, l’atmosfera, l’emozione che voglio mostrare e condividere, e che devo quindi isolare, mettere in rilievo?”. Il solo porsi queste domande è già sintomo di un approccio riflessivo allo scatto, alla lunga esercita ed acuisce la nostra capacità di “vedere” un’immagine nel caos di stimoli visivi che ci circonda, ci sprona ed aiuta, infine, a maturare una nostra personale cifra espressiva.

Nelle due immagini sotto: l’anima di un ambiente in due soli elementi.

immagine tratta dalla Galleria Luci e forme

 


Protagonista è il colore, a cui è concesso tutto lo spazio che merita; gli steli fanno da contrasto