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    Il Sabba dei Rospi - The Toads Sabbath


    Posso sentirli già a decine di metri di distanza dal piccolo lago incastonato tra le colline. Un vociare singhiozzante si diffonde a tratti nel bosco intorno a me; mi fermo ad ascoltare e percepisco i piccoli tonfi che producono ruzzolando lungo l’impervio sottobosco coperto dalle foglie secche dell’inverno appena trascorso. Bufo bufo è il curioso nome scientifico (verrebbe da dire “buffo”) attribuito loro da Linneo; noi li conosciamo semplicemente come rospi comuni. 

    Sono salito qui per uno degli appuntamenti fissi della mia primavera, in realtà ormai una sorta di pellegrinaggio affettivo. Per me il Rospo é uno dei segni vitali della primavera che sboccia, come i fiori precoci che punteggiano il sottobosco intorno, come i canti delle cince e il tambureggiare del picchio rosso, così facili da sentire in questa foresta altrimenti muta.

    Il lago (in realtà poco più di uno stagno) è incassato in un grande incavo del versante montano, poco distante dal fondovalle e dalla sua affollata strada statale; la cornice di colline che lo cinge come in un abbraccio lo rende per fortuna completamente isolato e silente. Cento metri più in basso, all’inizio della facile passeggiata che mi ha portato sin qui, il paesaggio è aperto sulla Valsesia, a poca distanza dal Parco Regionale del Monte Fenera.

    Ogni anno cerco di essere qui nel momento giusto; non sempre ci riesco. Gli abitanti del borgo, giù in valle, dicono che l’appuntamento è per la Domenica delle Palme, ma la mutevolezza del clima sempre più spesso contraddice la tradizione, facendo sì che un periodo di caldo precoce anticipi l’evento persino alla metà di febbraio. 

    Il luogo del rendez vous.

    Quello in cui mi trovo è solo uno dei siti dove poter assistere allo spettacolo per cui sono venuto, luoghi non così diffusi nel nostro paese: nella vicina Lombardia, ad esempio, sono meno di una trentina le aree conosciute e messe sotto sorveglianza primaverile, molte delle quali necessariamente contigue a zone antropizzate.

    Di quale spettacolo, di quale fenomeno sto parlando? Della grande orgia collettiva con cui va in scena la riproduzione dei rospi, quando centinaia di batraci si ritrovano in piccole zone umide per accoppiarsi e deporre le uova: nel suo piccolo una delle manifestazioni più spettacolari della natura del nostro paese. I rospi escono dalle buche in cui hanno passato l’inverno per spostarsi simultaneamente verso i luoghi di riproduzione, dando vita ad un vero e proprio fenomeno di migrazione su scala ridotta, e finendo per accalcarsi sulle rive e nell’acqua dei piccoli invasi.

    un rospo maschio all'imbocco della tana dove ha passato la notte.

    Qui nel bosco compaiono da ogni dove, come per magia. In questo luogo così ameno possono muoversi tranquilli; l’ambiente è integro intorno a loro, e sono disturbati solo da qualche gitante, o da qualche fotografo naturalista che non ha paura di bagnarsi. Non ovunque è così. Il rospo comune, a dispetto del nome, è specie in diminuzione numerica. Le cause di questo decremento sono le stesse che minacciano gran parte della fauna minore, soprattutto in pianura e nelle zone industrializzate o coltivate: distruzione degli habitat, impiego di sostanze chimiche dannose che uccidono i piccoli invertebrati di cui si nutrono. Nel caso del rospo inoltre, più che per altre specie, pesa la diffusione della rete stradale che crea ostacoli mortali lungo i tragitti di spostamento migratorio. Negli ultimi anni, vista la proporzione del fenomeno, in alcune regioni sono nate iniziative di tutela: i siti sono sorvegliati, vengono posate barriere di contenimento, costruiti sottopassi stradali, portata avanti un’opera di sensibilizzazione verso la popolazione.

    Seduto sulla riva ascolto il loro canto d’amore, un brusio basso e musicale difficilmente associabile al termine “gracidio”, che vibra ora in tutta la conca. Il sole sta salendo, il calore aumenta e con lui il numero di rospi attivi. Prima decine, poi centinaia sono gli animali che mi circondano; una moltitudine di piccole teste occhiute affolla la superficie dell’acqua, sulla quale si riflette come in uno specchio il colore del sottobosco. 

    Un altro maschio curioso viene a controllare.

    Questa strategia riproduttiva si fonda sulla forza del numero per superare i pericoli legati alla predazione o agli ostacoli ambientali, e accomuna in genere animali dotati di scarsa o nulla mobilità (come i polipi della barriera corallina), o che si affidano al mezzo acquatico per deposizione e incubazione, basti pensare ai salmoni. La scena è toccante: stare in mezzo ad uno stuolo di piccoli animali che porta avanti un rituale immutato da millenni è un’emozione intensa, una grande esperienza di Natura realizzabile a pochi passi da casa, e paradossalmente attraverso un fenomeno considerato minore e ignorato dai più. I maschi sono la maggioranza: li conto a centinaia; le femmine sono invece poche decine, e lo scarto numerico esalta la competizione e la foga dei pretendenti alla ricerca di una compagna. 

    La competizione per la femmina (nascosta dalla massa) può arrivare a livelli parossistici.

    L'atto si compie.

    L’impulso riproduttivo è fortissimo: qui una decina di maschi è avvinghiata intorno alla stessa femmina, ognuno di loro teso nello sforzo spasmodico di non arretrare di un millimetro dalla posizione acquisita; là una coppia il cui maschio ha sbagliato approccio, nella foga del possesso, e cinge la femmina dal lato ventrale. La malcapitata si trascina a fatica con l’amante maldestro appeso in quel modo. La libero, e nel farlo sperimento con quale forza e determinazione il maschio sia capace di avvinghiarsi. Le sue zampe anteriori, dotate di tubercoli ed escrescenze per una migliore presa (e per facilitare lo scavo delle tane), si inseriscono perfettamente nell’incavo ascellare della femmina. Le sue minori dimensioni agevolano la meccanica dell’amplesso, col corpo che aderisce alla compagna al punto da sembrarne una propaggine: in fondo altro non è se non un veicolo di spermatozoi, con buona pace dell’orgoglio maschile. 

    Le femmine infatti sono considerevolmente più grosse, arrivando alcune ai 20 cm. Oltre a depositare la massa di uova devono subire le esuberanze fisiche dei partners, portandoseli addosso saldamente ancorati in attesa dell’atto supremo. Un attesa che può durare giorni.

    La competizione tra maschi è feroce, se di ferocia si può parlare a proposito di un animale privo di mezzi di offesa. La lotta per la femmina garantisce la trasmissione dei geni di quelli più resistenti e combattivi, altra importante ricaduta della riproduzione sincronizzata. La smania di accoppiarsi porta talvolta a risultati curiosi, come i tentativi di copula con specie diverse (con la rana temporaria, ad esempio, anch’essa presente nello stagno); altre volte decisamente macabri: è il caso di alcuni rospi che si ostinano ad abbracciare femmine ormai morte.

    La femmina nuota per giorni col maschio allacciato al dorso.

    La foia dei maschi è tale che persino i miei stivali verdi portano scompiglio, una volta in acqua. Si avvicinano incuriositi, forse intenzionati ad affrontare un nuovo rivale o forse per possedere quella che può sembrare una partner particolarmente ben messa; più probabilmente per entrambe le ragioni, col risultato che me li ritrovo spesso abbrancati alla calzatura.

    Quando finalmente arriva il momento in cui la femmina depone, il maschio libera in acqua il seme che andrà a fecondare le uova organizzate in lunghi cordoni gelatinosi, come collane di perle nere. Il fondo dello stagno è già segnato da numerose linee scure che si intrecciano in un caos astratto, segno inequivocabile di molte deposizioni già portate a buon fine. 

    Un maschio sembra voler proteggere i cordoni con le uova deposte.

    Per molte vite che nasceranno, altre vanno perdute: la femmina spesso soccombe per lo sforzo prolungato e la difficoltà a nutrirsi. Come sempre accade nell’equilibrio del ciclo naturale ci sono esseri che si giovano di ciò che per altri è un dramma senza ritorno: scorgo a poca distanza due aironi cenerini posati lungo la riva, in attesa di poter banchettare, mentre nel cielo un nibbio bruno, gran divoratore di carogne, sembra controllare la situazione.

    Quindici giorni: tanto dura il sabba dei rospi. Quando torno al lago, due settimane dopo, solo i cadaveri galleggianti sospinti dal vento lungo le rive raccontano, a chi sa ascoltare, la vicenda di Eros e Tanathos, Amore e Morte, che si è appena consumata. I rospi sono tornati a far vita terricola, lasciando al lago, come ad un grande ventre supplente, il compito di proseguire la gestazione della loro prole. L’appuntamento per gli adulti sopravvissuti, per i nuovi nati, e per il sottoscritto, sarà come sempre per la prossima primavera.

     

    © Vitantonio Dell'Orto 2003

    Amore e Morte: l'epilogo è spesso tragico per le femmine provate dallo sforzo.

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