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    Una spedizione in Slitta


    Una breve premessa. Patricia (Tricia) Cowern, oltre ad essere una cara amica, e' una brava fotografa naturalista inglese che vive da anni in Svezia, a Porjus, specializzata in foto di Aurora Boreale. Insieme abbiamo voluto questa breve escursione invernale nella wilderness della Lapponia, purtroppo non confortata dai risultati fotografici che entrambi auspicavamo, ma non per questo meno significativa dal punto di vista dell'esperienza personale. Ed è questo il motivo per cui ve la propongo, trascritta pari pari dal mio diario.

    L'organizzazione e la guida sono di Matti Holmgren, della società Jokkmokkguiderna, che organizza anche uscite di più giorni in trekking o canoa, nell'area dei Parchi nazionali Sarek, Padeljanta e Stora Sjöfallet.

     

    18/2/01 Partenza

    Il sottoscritto e la slitta in uno dei rari momenti di soleAnche oggi la giornata è soleggiata. Il sole sorge intorno alle 7 e 30 (tramonta verso le 17). Tricia arriva e mi comunica che oggi siamo a meno 8 gradi. Partiamo per Jokkmokk con il sole in faccia, dorato e luminoso. Il trasferimento è piacevole, allietato da una notevole sequenza di avvistamenti: una coppia di alci appena fuori Porjus, un gallo cedrone maschio e tre galli forcelli, scenograficamente appollaiati sulla punta di piccoli abeti. Lo prendiamo come un buon auspicio. Siamo entrambi agitati ed emozionati per l'esperienza che ci aspetta. Tricia è abituata all'inverno qui ed ha già fatto un'uscita con cani.

    Matti alla guida della sua mutaPer quanto mi riguarda ogni singolo evento della giornata, e la maggior parte di quelli dell'intero viaggio, sono delle "prime" assolute. La casa di Matti, il nostro driver, è poco fuori Jokkmokk, a ridosso di un lago. Lui è un ragazzo biondo dal viso simpatico; sembra un sedicenne, ma ormai ho capito che non puoi fidarti dell'aspetto con gli svedesi. Infatti Tricia mi conferma che "non è più così giovane". Una delle caratteristiche delle uscite coi cani è che gli ospiti "paganti" contribuiscono attivamente alla conduzione della spedizione. Matti ci precetta all'istante e senza tante formalità ci porta alle gabbie dei cani, dove uggiolano selvaggiamente una ventina di splendidi huskies. Sono eccitatissimi, capiscono che si avvicina il momento di correre e non ne vedono l'ora. Matti sceglie 18 cani uno ad uno, li estrae dalla gabbia e ce li mette in mano porgendoci il collare. 

    Non chiede se abbiamo piacere di farlo, né se abbiamo problemi con i cani, dà ogni cosa per scontata. Non che io abbia problemi di sorta, ma è chiaro che dovrò mettermi in gioco al 100%. I cani puzzano terribilmente, e questo forse sarà l'unico problema con loro. Tirano come disperati, ci accompagnano sul ghiaccio fino ad un rimorchio appositamente studiato, un enorme scatolone suddiviso in loculi chiusi da grate, in ognuno dei quali entrano due cani. Io fatico a stare in piedi e sembra incredibile come i cani invece riescano a fare leva sul terreno ghiacciato e spingere in maniera così esplosiva.  Tricia viene gettata a terra e trascinata per metri da un animale particolarmente entusiasta. Dopo una mezz'ora abbiamo finito il carico dei quattro zampe. Abbiamo il fiatone e ho i guanti che olezzano in modo indescrivibile. Sarà una giornata molto lunga. 

    Un'ora di auto ci conduce alla partenza della pista. Scarichiamo le slitte, poi i bagagli, poi carichiamo questi ultimi sulle prime, non senza grosse difficoltà; oltre al nostro materiale ed ai vestiti ci porteremo quasi 80 chilogrammi di cibo per cani, che prendono il loro volume. Una volta fatto questo Matti dice semplicemente "adesso fuori i cani". Ci porge una schiera di imbragature e ci spiega velocemente come farle indossare ai cani, dove si infila la testa, dove occorre far passare gentilmente le zampe, come si aggancia il collare alla corda di traino; ed eccomi di colpo a spostare cani, infilare teste, piegare zampe, agganciare moschettoni.

    Uno dei caniPer fortuna sono bestie splendide e docilissime. Si lasciano manipolare da un estraneo senza alcun problema. Mi trovo a prenderne il muso in mano, in qualche caso, per meglio infilarlo nell'imbragatura, una cosa che normalmente mi guardo bene dal fare con qualsiasi cane, tanto meno con quelli che non conosco. Il loro difetto è l'esuberanza; alcuni sono sovraeccitati, si agitano continuamente ed imbragarli diventa un vero sforzo. Dopo mezz'ora siamo esausti, intendo io e Tricia, perché Matti nel frattempo ha ultimato il carico delle slitte. Su una, la più piccola, viaggeranno lui ed il carico di vettovaglie. 

    Occhi bicolori di Gurudmunson

    Su quella più grande, interamente in legno, io, Tricia ed i nostri zaini.

    In due parole ci spiega come guidare: "yaa" per partire, "stanna" pronunciato con voce ferma e rude per fermarsi; queste sono le parole magiche ("stanna" in realtà significa semplicemente "fermi" in svedese).

    Siamo dotati di un'ancora da neve, non molto diversa da quelle per il mare; in questo caso le punte guardano entrambe verso il basso e sono ricurve, per affondare nella neve come un gancio. L'aggeggio è fondamentale quando ci si ferma, poiché il freno della slitta non è sufficiente a trattenere la spinta di tiro della muta, con conseguente pericolo di vederla ripartire a tradimento.La parte posteriore della slitta presenta un manubrio orizzontale, tale e quale a quello di una falciatrice, tanto per intenderci. In basso i pattini sporgono per circa 40 cm e sono gommati sul lato superiore. È su queste assicelle larghe otto centimetri circa che il guidatore dovrà restare in piedi durante la corsa, aggrappandosi al manubrio. Comincio a preoccuparmi, anche perché la guida è attiva. Al centro, in basso, c'è un predellino di grigliato metallico, con due spuntoni acuminati inferiormente. È il freno. Come si aziona? Bisogna salirci sopra (in corsa) per fermarsi, mentre per rallentar basta premere forte con un piede, e bisogna rallentare in ogni discesa.

    Discesa? Continuo a preoccuparmi. La slitta poi va assecondata e la sua direzione corretta in corsa, spostando il peso da un lato all'altro, cioè bilanciandosi ora su una ora sull'altra delle due sottili assicelle. Sono sempre più preoccupato. Ma la mia preoccupazione raggiunge l'apice quando Matti ci mostra il capo di una fune dicendoci "questo dovete girarvelo intorno ad una mano, così se cadete la slitta non vi scappa". Cadete? Buonanotte.

    Contrariamente a quanto anticipato a Tricia via e-mail decido di propormi per guidare fin dall'inizio. Preferisco buttarmi senza vedere cosa mi aspetta. Salgo. Matti è davanti a noi, ci chiede se siamo pronti ed al nostro ok dà lo "yaa" alla sua muta. Di colpo scattano anche i nostri cani e... siamo bloccati. Non siamo riusciti a sganciare l'ancora dal cavo cui era fissata. La corda è ora in tensione, i cani mulinano le zampe nella neve, io e Tricia ci sporgiamo dalla slitta in precario equilibrio e con uno sforzo enorme riusciamo a sganciarla e partire. Via!

    I cani sono freschi e indemoniati, prendiamo subito una discreta andatura. Intorno a me scorrono velocemente le betulle scheletriche, i massi, i cumuli di neve. Stranamente non provo alcun timore. La posizione è stabile, come anche l'appoggio dei piedi. Sbilanciarsi sui lati è persino piacevole, soprattutto quando verifichi che la slitta risponde prontamente alle sollecitazioni. Provo il freno, prendo confidenza con le curve, coi dossi che punteggiano il percorso. Un cane si impiglia in una corda e fatica a correre. Freno e lascio partire un imperioso "stanna!" pronunciato col diaframma e con quella che spero essere una tonalità virile e dominante. Funziona! Più che fermarsi i cani si abbattono al suolo, voltandosi a guardarmi con le orecchie basse. Forse sono stato un po' troppo virile e dominante. Ripartiamo, scendendo in breve sul piano, correndo su quella che in estate è la riva del lago.

    Comincio a divertirmi; il sole splende, non c'è vento, il movimento mi scalda, anche troppo. Non mi sento particolarmente emozionato; credo dipenda dal fatto che l'esperienza che sto vivendo è davvero troppo particolare perché mi tocchi. Tendo a guardarmi dall'esterno, come fossi intento ad osservare un estraneo che fa la stessa cosa che io sto facendo.

    Passano i minuti, i cani assumono un'andatura più regolare e lenta. Valuto la velocità intorno ai 10 chilometri all'ora, come una pedalata tranquilla. Iniziano le prime salite; i cani faticano e quando la velocità scende troppo si voltano a guardarmi, come per sapere se sono io che sto frenando perché voglio fermarmi. Gli chiarisco il concetto con ripetuti "yaa! yeyaa!" (mi sento un po' deficiente ad urlare versi di questo tipo, ma questo è il lavoro del driver). Nelle salite più dure però occorre dare loro una mano, anzi un piede. Ci si punta sul manubrio e si spinge con una gamba, con l'altra posata saldamente sul pattino. È faticoso, ma devo dire che vedere sette cani che trascinano tanto peso con così grande entusiasmo è una cosa che apre il cuore e ti induce a non risparmiarti per aiutarli, pure se sai che sono stati istruiti a farlo. Ovviamente comincio ad essere stanco. Dopo un'ora e 13 chilometri di percorso Tricia mi dà il cambio. Me la sono cavata più che bene e sono contento di me stesso. Sapevo che sarebbe successo e proprio questo è il tipo di sensazione che spinge a cimentarsi in queste esperienze.

    Tricia è emozionata ed io lo avverto, e lei sente che non ha tutta la mia fiducia. Le spiego che è come in motocicletta: se non hai il controllo del mezzo ti senti intrinsecamente meno sicuro, non dipende da chi guida. In realtà se la cava bene, anche se il mio peso è più scomodo per governare la slitta. Dopo un'ora cambiamo di nuovo; è stanca, anche perché il percorso è diventato molto accidentato.

    Un aspetto che un osservatore esterno non può conoscere è che il rapporto con i cani è davvero stretto. Le povere bestie infatti fanno qualsiasi cosa mentre corrono, e lo fanno sotto i tuoi occhi e il tuo naso. Addentano in corsa blocchi di neve per bere, fanno pipì in corsa e soprattutto defecano correndo. Il fetore è allucinante. Provo a pensare a quello che accadrebbe legando appaiati un maschio e una femmina. Credo potrebbero accoppiarsi in corsa. Per fortuna non è il caso della nostra muta.

    Arriviamo infine, dopo 36 chilometri di corsa. È l'ora del tramonto, ci attende una casetta di legno sulle rive del lago Sitojaure, ora completamente ghiacciato. Altre baite sono tutto attorno e provo un moto di delusione. Mi attendevo qualcosa di più selvaggio. In realtà siamo nella wilderness, abbiamo lasciato l'ultimo segno umano 40 chilometri dietro di noi e davanti si apre un territorio incontaminato per centinaia di chilometri. Il panorama è spettacolare. Oltre il lago e dietro di noi la sottile striscia scura ed indistinta della foresta di betulle lascia spazio ad imponenti falesie di nera roccia venata dall'azzurro delle colate di ghiaccio. Più in alto i versanti montani salgono con dolce pendio verso le vette tondeggianti, il tutto di un bianco candido e dall'apparenza di morbida meringa.

    Sono stanco morto, non vedo l'ora di mangiare e sdraiarmi. Non se ne parla: scarichiamo le slitte, poi sganciamo i cani e procediamo all'operazione inversa rispetto alla partenza. Leviamo le imbragature e  li agganciamo ad una catena fissata agli alberi. Sono esausto. Mi dolgono muscoli che non ricordavo di avere e credo che avremmo avuto più piacere nel continuare a fare ancora a meno l'uno degli altri. Ci sistemiamo nel cottage, in tutto e per tutto simile a quelli dei campeggi, con un tavolo, una stufa e due letti a castello, ma in questo caso senza elettricità. Facciamo un caffè? Certo, ma occorre l'acqua. Via, fuori a prendere un mastello di neve fresca e pulita, cosa che mi obbliga a spostarmi diversi metri, visto che i cani hanno già marcato tutto il marcabile. Ora abbiamo la neve da sciogliere, ma occorre accendere il fuoco. Accidenti, bisogna tagliare la legna! I 20 metri fino al casotto che funge da legnaia sono una tortura. Ogni movimento mi costa fatica ed affondiamo fino all'anca ad ogni passo. In un'ora taglio tre casse di legno e mi preparo una tendinite coi fiocchi al gomito destro; Alla fine non riesco neanche a sollevare il braccio.

    Riempiamo le casse e le trasciniamo penosamente fino alla baita. Adesso è finita, penso, e sarebbe davvero così se non dovessi andare in bagno. Altri 20 metri lottando nella neve fresca ed arrivo alla baita-toilette. Qui trovo il classico buco in un cassone, tipico di queste sistemazioni scandinave, e c'è anche il pieno di carta igienica, incredibile. Togliersi il tutone è una lotta, quando finalmente riesco a sedermi il cuore mi batte all'impazzata e mi chiedo se ne valga la pena. Passo la serata a scrivere, mentre la stufa emana un tale calore che finiamo in maglietta e per giunta con la porta aperta. Dopo la cena con le mie improbabili vivande mi sdraio, e gli altri mi seguono, cadendo tutti in un subitaneo sonno.

    A proposito di vivande, lo svedese non è da meno di me, in quanto a cibo: spreme strani tubetti da cui fuoriescono sulle fette di pane creme colorate di giallo e rosso. Un'occhiata alle etichette dei tubetti mi dice che in uno c'è pollo al curry (!), e nell'altro del salame (!!). Poi prende un barattolo pieno di spicchi d'aglio alla pizzaiola, e per finire mette in tavola il piatto forte della serata: un delizioso purè in polvere! La sua simbiosi con i cani è tale che se ne porta uno nel letto. Verso le 23 usciamo per un allarme Aurora boreale. Il cielo è parzialmente nuvoloso, così riusciamo solo ad intravedere un chiarore verdastro che scontorna le nubi, niente di più di quella che è la luminosità di una città contro il cielo coperto.

     

    19/2/01 Ancora slitta

    Alba a SitojaureTricia mi sveglia alle 7:30. l’alba dardeggia stupendi toni rosati sui bianchi declivi montani. Io sono intorpidito, ogni singolo movimento mi costa una fatica improba e mi priva di fiato, figurarsi la colluttazione rituale con tutone e stivaloni. Riesco giusto a scattare le mie prime foto prima che il sole sparisca dietro alle nuvole che purtroppo lo celeranno per il resto della giornata. Vado in bagno e sono già distrutto. 

    Sono così stanco che non mi importa più di nulla, di cosa facciamo, di dove andiamo, di quanto fotografiamo. Ma le sorprese non finiscono. Occorre acqua che non sia quella di fusione della neve, non indicata sui lunghi periodi. Ed eccomi ad intaccare la superficie innevata del lago, prima con la vanga, poi con l’ascia nel ghiaccio vivo, infine col coltello di Matti, in fondo ad una buca di 70 centimetri di profondità, tanto è lo spessore della crosta ghiacciata. Dopo un’ora e mezza io e Tricia siamo KO. Sdraiati sul bordo della buca ansanti, disperiamo di raggiungere l’acqua. Per fortuna un ultimo colpo di coltello fora di qualche millimetro il ghiaccio, quel tanto che basta da permettere all’acqua di zampillare come da una sorgente, per poi salire a colmare il foro. Subito beviamo soddisfatti, ed è davvero buona. Si può essere orgogliosi di aver scavato una buca? Io lo sono.

    Oggi è previsto il giro del lago. Matti guiderà la slitta grande in cui prenderemo posto io, Tricia e le macchine fotografiche. Ma prima di partire vanno imbragati i cani, che diamine. Poiché le bestiole hanno reso il terreno che le circonda impraticabile (non sto a specificare il motivo), Matti pulisce con la vanga la zona, buttando tutto in un grosso buco precedentemente scavato. Penso che anche per lui debba essere una bella fatica, anche perché due volte al giorno i cani vanno nutriti.

    In slitta nel biancoPartiamo verso mezzodì; il cielo è coperto e tale resterà per tutto il giorno. Gli scenari sono spettacolari, ma il suolo risulta privo di dettagli per la mancanza di luce solare diretta, ed il paesaggio piatto e senza profondità. Non scatteremo nemmeno una foto d’ambiente, giusto qualche esperimento ai cani in corsa ed alla punta della slitta. Cinque pernici bianche sono tutto ciò che vediamo, come vita animale. 

    Rientriamo verso le 16, il giro è stato comunque molto bello ed io mi sento finalmente riposato. In questo momento sono appena tornato dalla toilette. Si era alzata una tempesta di vento che ancora sta soffiando, proprio cinque minuti prima che io sentissi il bisogno di andarci. Ah, perché non sono stitico come una volta? Forse era poco salutare, ma tanto più comodo! Sono uscito nella tormenta, la neve ha ricoperto in fretta le profonde impronte che segna la via verso la liberazione, ma la traccia è ancora visibile. Indosso tutti gli accessori, compreso il paio di occhialoni da sciatore, e stringo in una mano la torcia. Il cesso freme sotto la spinta del vento, ed io fremo all’interno del cesso. Sbuffi di neve ghiacciata penetrano da Dio solo sa quale fessura, ma quel che è peggio il vento sale violentemente dal basso, se capite cosa intendo. Al ritorno in cabina Matti ci racconta che quando è davvero forte (giacché questa è una brezza che solo noi mollaccioni possiamo confondere con una vera tormenta) risulta impossibile gettare la carta igienica (usata) senza che questa ritorni indietro al mittente. Preferisco non chiedergli come ci si regola in questi casi. Il cielo è stellato, ma solo per una metà. Questo fatto, ed il vento, mi fanno pensare che stanotte non sarà la notte della mia prima vera aurora boreale.

    Nota a margine: quando sei in mezzo a diciotto cani esagitati capisci a fondo l’etimologia della parola “cagnara”.

    20/2/01 Nella baita

    Ho dormito male. Ieri sera, nonostante non mi sentissi stanco, sono crollato con i cuscini raddoppiati, ancora nella posizione che adotto per scrivere. Il risultato è che il collo mi fa un male del diavolo, ed ho la nausea. La finestra della baita è proprio di fronte a me, così posso vedere ogni mattina le nuvole tingersi di delicate sfumature. Alzo la testa e sbircio oltre la piatta superficie ghiacciata del lago. Le montagne sono enormi bavaresi alla fragola.

    Il fatto che stia facendo un uso continuo di metafore gastronomiche non significa che abbia sempre fame. Anzi, sto mangiando poco, forse è il menu che non mi ispira. Matti invece mangia come un orso, e dorme in continuazione. Tra colazione e pranzo gli ho visto ingurgitare cose incredibili tipo una fetta di pane con formaggio ed una di quei grossi wurstel che usano da queste parti, il tutto pucciato in una tazza di buon caffelatte. Poi si è attaccato ad un sacchetto di caramelle gommose di gelatina, alternandoli ad uno di patatine fritte ed ad un altro di liquirizia salata (che ho scoperto essere popolarissima in Svezia) Dimenticavo, le patatine fritte vengono prima immerse in una sorta di maionese all’aglio.

    Dice che deve mangiare molto perché da qui ad aprile ha in programma altri otto giri come questo e la cosa gli porta via un sacco di energie. In compenso resta sconcertato quando mi vede infilare una tavoletta di cioccolato nel pane ed addentare il tutto. “Non l’ho mai visto fare!” dice. “Sapessi io delle tue misture”, penso tra me e me.

    Il riposoMi alzo in fretta, mi vesto ed esco, ma la luce è già sparita. Ora è nuvoloso, e rimarrà così per tutto il giorno, una copertura bassa e lattiginosa che scarica neve fine che in breve copre ogni cosa. I cani sono stupendi, acciambellati in buche scavate nella neve. Gli scatto qualche foto e penso che avrei voluto farne di uguali alla volpe artica. Oggi non andremo in giro in slitta, non ha alcun senso. La luce bianca e diffusa annulla qualsiasi rilievo e dettaglio, e persino a distanza ravvicinata è difficile riconoscere qualsiasi asperità nella neve.

    La cosa mi sta bene, dal momento che durante la mattinata mi sento debolissimo e col fiato corto, forse per la brutta nottata o forse perché non riesco a digerire il pane e cioccolato (sono circa 34 anni che non ne mangio).

    Riesco nonostante tutto ad infilare le racchette da neve e fare due passi con Tricia alla ricerca di tracce fresche. Troviamo subito piste di lepre bianca, pernice bianca ed ermellino. Di quest’ultimo troviamo anche due buchi di passaggio relativamente freschi, e posizioniamo qualche puzzolentissima aringa appositamente comprata. Il resto della giornata scorre in lunghe chiacchierate. Matti è un ragazzo simpatico, parliamo un po’ di tutto, razzismo, abbigliamento da escursione, cibo (scopro che in Svezia vanno matti per il pesto). Nella baita il clima è torrido, la stufa funziona in continuazione ed il caldo è soffocante. È così intenso all’interno, e così freddo fuori, che quando teniamo la porta aperta si creano due strati d’aria di differenti temperature e a diverse altezze, che non si mescolano tra di loro. Posso stare in piedi e faticare a respirare per il caldo, poi sedermi sul letto e tremare di freddo. 

    L’oscurità è sopravvenuta, il vento è calato. Stasera aspettiamo visite. Stamattina si è fermato brevemente un figuro intabarrato sceso da una motoslitta. È entrato salutando con un mugugno e si è guardato in giro per poi ripartire dopo qualche frase scambiata con Matti. Ci dice poi che è un cacciatore che sta andando sulle alture e che tornerà per la notte, presumibilmente con un carico di pernici bianche pendenti dal veicolo.

    StörloI cani oggi non hanno lavorato, sono sdraiati e tremanti. Se ti avvicini si drizzano eccitati e mugolanti. Alcuni si avvicinano decisamente e si lasciano toccare, altri ti annusano le mani ma retrocedono in fretta quando fai il gesto di accarezzarli, per poi tornare subito vicino, titubanti. Uno di essi continua a leccarmi un orecchio, mentre sono chino a fotografare un suo collega, ma scatta all’indietro ogni volta che mi volto a guardarlo negli occhi color cielo piantati nel nero manto peloso.

    È buio e fuori è nuvoloso; questa notte non avremo la desiderata aurora. Siamo alla fine del terzo giorno e l’uscita si sta rivelando fotograficamente disastrosa, anche se dal punto di vista dell’esperienza personale so già che sarà indimenticabile. Tutti speriamo nella giornata di domani, compreso Matti, che da buon musher “sente” la corsa in slitta almeno come i suoi cani. D’altra parte mangia come un animale, dorme come un orso in letargo, e quando non è al tavolo a masticare è fuori a nutrire le sue bestie.

    Sono sdraiato sul letto a scrivere, puzza di petrolio e di pelo di cane, la stufa al massimo, Matti al tavolo mangia incredibili caramelle in altrettanto incredibile quantità; Tricia prepara un caffè, il cane dorme nel letto con la testa sul cuscino.

    Ho già detto del pesto. Sapete qual’è il pasto più diffuso tra i pastori lapponi quando sono in giro con le mandrie ed hanno bisogno di energia? I maccheroni. Credo che nessuno in Italia possa immaginare, nemmeno per un istante, che i Lapponi mangiano maccheroni in continuazione, magari al pesto.

    La conversazione stasera ha divagato sui luoghi comuni dei rispettivi paesi, sul carattere degli uomini e delle donne. Sembra che quassù le donne con la vita sottile o di costituzione minuta non siano molto popolari tra gli uomini, perché essi pensano che non siano sufficientemente attrezzate per darsi da fare come si deve a letto. Non sanno quanto si sbagliano.

    Ci divertiamo ad ascoltare Matti raccontare che da quando ha iniziato a lavorare con i cani, quindi a fare un mestiere all'aria aperta, libero da padroni, un lavoro che persino qui ha una romantica alea di anticonformismo, da quando ha iniziato, dicevo, ha un codazzo di ragazze che lo tampinano. Lui è impegnato e dice di non avere alcun interesse in avventure, nemmeno quando si trova da solo in giro con clienti in cerca di emozioni. Se lo dice lui... gli chiedo, stando così le cose, se la settimana prossima mi presta qualche cane. Ridiamo tutti di gusto.

    Mi chiede della mafia e pazientemente gli  spiego cose che una volta messe giù in maniera così elementare sembrano estranee persino a me che sono italiano. Evidentemente vivere all'interno di una situazione conosciuta e scontata tende a farti perdere la dimensione esatta e reale delle cose. Un'altra curiosità: da quando i polacchi frequentano la zona sono aumentati di molto i furti nei cottage o nelle auto, guarda un po’. In più le auto di grossa cilindrata sono spesso rubate ed instradate verso Murmansk, in Russia, al confine con la Finlandia.

    Scopro poi un animale nuovo: la donnola delle nevi. È una popolazione di donnola i cui individui si comportano come gli ermellini, mutano cioè la pelliccia in un bianco manto invernale, con la differenza che non hanno il nero sulla punta della coda. Resto basito, è un fatto di cui ero completamente all'oscuro, anzi stento a crederci. Tricia però mi rassicura e mi dice che ha una famiglia di queste donnole all'imbocco del vialetto di casa. Per la verità sono cinque giorni che la sento parlare di animali ma fino ad ora ho fotografato solo cani. Vedremo domani se l'ermellino si è presentato al sontuoso tavolo che gli abbiamo imbandito.

    Anche Matti racconta continuamente degli animali che si trovano qui, proprio in questa zona. Volpe artica, ghiottone, lince; ci fa vedere anche il singolo bosco o il pendio dove secondo lui vivono. Il fatto è che non riusciamo nemmeno a trovarne le tracce. Sto cominciando a credere che l'intero viaggio finirà con un nulla di fatto, dal punto di vista della foto di animali. Nemmeno per quanto riguarda i paesaggi le cose appaiono migliori. Solo qui trovo un ambiente di tundra montana innevata, ed il tempo è pessimo. Inoltre sono immagini che richiedono tempo e spostamenti continui, cosa davvero ardua con 1, 5 metri di neve ovunque. Persino con le enormi racchette da neve di Matti ho fatto una fatica orribile, sprofondando di mezzo metro ad ogni passo. Non posso immaginare dove sarei arrivato senza.

    Fuori non c'è un filo di vento, cade una neve lenta e rada, è persino piacevole. Decido di approfittarne e mi offro come volontario per attingere acqua al "mio” buco e rimpinguare la riserva. Questa consiste in due tinozze metalliche una delle quali per l’acqua fredda, l'altra per quella calda che viene lasciata sulla stufa. Con un mestolo ognuno attinge dove ritiene più opportuno.

    Come ogni cosa qui anche raccogliere acqua è una faccenda semplice ma non elementare. Prima di tutto occorre andare al buco, cosa che stasera non presenta problemi, ma che con 30 gradi sotto zero e una tormenta di neve può essere un tantino fastidiosa. Passo in mezzo alle due mute di cani. Il fascio di luce della mia lampada frontale illumina per pochi metri davanti a me, e solo di riflesso gli animali. Ne risultano 9 paia di occhi che sono lampade appese nel buio, davvero inquietanti, anche sapendo di cosa si tratta. Una delle sensazioni più suggestive di tutto il viaggio finora. Dopo una cinquantina di metri arrivo al buco, che è ghiacciato dall'ultima volta che è stato usato. Con l’ascia che ho portato rompo la sottile lastra di ghiaccio. Sposto il ramo lasciato come segnalazione e mi accingo a riempire il primo secchio.

    Il problema è che il buco ha esattamente lo stesso diametro del secchio e mi risulta quindi impossibile riempirlo semplicemente inclinandolo. Provo e riprovo e comincio a sentirmi impedito. C'è sicuramente un modo ma non voglio in alcuna maniera ridurmi a chiederlo. Alla fine l'illuminazione: spingo in verticale il secchio, il cui volume spinge in alto il livello dell'acqua fino a farle superare il bordo del secchio stesso. Riesco a riempirlo per metà poi lo estraggo ed aspetto che si ripristini il livello dell'acqua. Ripeto l'operazione finché i due secchi sono trionfalmente pieni. Che soddisfazione! Questo buco mi sta dando delle grandi gioie, semplici e primitive. Deve essere una caratteristica dei buchi.

    Prima di andarmene copro la superficie dell'acqua con frammenti di ghiaccio e neve. In questo modo l'eventuale crosta ghiacciata che si formerà non avrà la stessa consistenza che avrebbe se si formasse sull'acqua pura. Rimetto a posto il ramo e torno dentro, contento come un bambinone. La neve continua a cadere, spero di riuscire a prendere qualche bello scatto di betulle inghirlandate di neve, domattina.

    21/2/01 Nella neve

    Sta calando l’oscurità sull’ultima serata nella baita. Nonostante non si sia combinato nulla di particolare in questi giorni il lento trascorrere del tempo seduti al tavolo a chiacchierare è una cosa che ti entra dentro. Le scomodità iniziali si tramutano in riti quotidiani cui non fai più alcun caso, e puoi pensare di rimanere qui per settimane, nel silenzio rotto solo dall’uggiolare dei cani e dal soffio del vento.

    Il trascorrere del tempo assume cadenze regolate solo dal pensiero e dagli stimoli fisici, mangiare e dormire. Ma occorre tornare, Tricia sta finendo di preparare le sue borse, cosa che io ho già terminato. Matti, tanto per cambiare, dorme, stavolta con due cani addosso. Uno è Dennis, uno splendido husky maschio di grossa taglia ma dal profilo snello e filante come quello di un ghepardo. Occorre sapere infatti che i cani da slitta non sono assolutamente quei bestioni pelosi che vediamo in città. Matti ci ha spiegato che esistono due varietà di husky, una da lavoro (questa), ed una da compagnia o da guardia, decisamente più massiccia. I nostri diciotto cani sono tutte bestie di media taglia, molto snelle, anzi snelle al punto da sembrare qualsiasi cosa tranne che animali da tiro.

    Stamane ci siamo alzati tardi ed in ordine sparso (Matti per ultimo, ovviamente). La giornata è apparsa grigia fin dalla prima luce del mattino, così nessuno ha avuto fretta. A colazione Matti si è sparato nell’ordine: fette di pane con sgombro al pomodoro, simpatici bon bon al liquore ricoperti di cioccolato, patatine fritte con salsa all’aglio, la medesima salsa spalmata su fette di pane preventivamente imburrate ricoperte da polpette di carne tagliate a metà, il tutto abbondantemente sovrastato da crema di pollo e salame spremute dai rispettivi tubetti.

    Esco da solo con le racchette da neve. Il solo infilarle e fissarle è una fatica notevole. Oggi fa un po’ più freddo, circa 11 gradi sotto lo zero, nevica da ieri e tira un vento orizzontale e tagliente. Percorro 300 metri lungo la pista delle motoslitte, muovendomi nel bosco di betulle ingentilito dalla neve sui rami e dalla copertura vergine e tondeggiante depositatasi nella notte. Con sforzo immane riesco a scattare un paio di rulli. La neve si infila in ogni dove, e cambiare ottiche e rullini è una performance degna di un prestigiatore: occorre fare tutto con velocità e fluidità per evitare che entrino i fiocchi, e stando bene attenti a non alitare mai sulle lenti. Uscire dalla pista significa sprofondare per un metro abbondante, ed anche le racchette da neve non mi impediscono in più occasioni di essere inghiottito dalla massa nevosa fino al petto. Per uscire mi sbraccio come se nuotassi, affondo le mani nude nella neve, mi puntello sul treppiede che è però più basso del manto nevoso, le mani si incollano al metallo ghiacciato. Alla fine riesco a uscire, forse il calore generato dalle bestemmie ha creato un passaggio.

    Torno in casa con le mani semicongelate. Dopo pranzo (non sto a raccontare il menu) ci accordiamo per una serie di foto alla slitta in corsa (che tristezza, eravamo qua per la volpe artica). Matti è molto disponibile, decidiamo insieme alcuni punti in cui attendere il suo passaggio e realizzare una serie di scatti con mosso intenzionale molto spettacolari, almeno nelle intenzioni. Lui si presta a girare in circolo più e più volte, fino a quando, dopo aver provato varie ottiche ed inquadrature, non ci dichiariamo soddisfatti.

    22/2/01 Ritorno

    Quello che avremmo voluto vedere ogni giorno, ma che ci è stato concesso solo sulla via del ritornoÈ sera, sono seduto nel salone dell’ostello, a Porjus. Ho appena terminato un pasto tutto sommato abbondante, dopo essermi concesso una lunga doccia. Ho riportato a casa quasi tutte le vivande che avevo comprato per la spedizione. La realtà è che ho mangiato pochissimo, un po’ per la stanchezza, un po’ perché il viaggio di andata è stato una giornata di quasi digiuno, e faccio in fretta ad abituarmi. Oppure la mistura di calore soffocante, puzza di petrolio, cane e aglio che imperava nella baita mi ha semplicemente tolto l'appetito.

    Ero rimasto ad ieri, al pomeriggio inoltrato; Tricia è stata male, e ha dormito d’infilata fino al mattino successivo. Così mi sono trovato con Matti a mangiare. Abbiamo chiacchierato un po' di tutto, ma soprattutto della sua attività. È un ragazzo simpatico questo fanciullone trentenne dall'inglese incerto ma efficace. Sorprende scoprire quante cose possano avere in comune persone così distanti. Anche lui ha cambiato vita trasferendosi qui da Ostersund, anche lui ha deciso, anni fa, di prendere in mano le sorti della sua vita e di tentare un lavoro più a contatto con la natura. È solo da un anno che la sua attività ha ingranato ed ora è tranquillo e contento.

    In inverno accompagna turisti nelle zone montane, in genere quattro o sei persone, negli ultimi tempi soprattutto giapponesi, per l’Aurora boreale (questo spiega l'aereo). La Scandinavia del nord è infatti la zona migliore del mondo per assistere a questo spettacolo, anche perché alla stessa latitudine negli altri continenti fa molto più freddo (alla faccia!); così sono sorti numerosi centri visite ed esposizioni dedicati all’Aurora boreale. Uno è qui a Gällivare, un altro è ad Andenes, per esempio.

    In estate Matti fa la guida, organizzando uscite in mountain bike, spedizioni in canoa di più giorni o trekking sulle montagne. Parliamo un po' dei cani, inevitabilmente, visto che Dennis continua a aggirarsi tra i nostri piedi, e Geisha, l'unico cane non husky, dorme rumorosamente sul letto. Sembra che non serva un addestramento specifico, se non per insegnargli il “via”, “fermi”, “destra” e “sinistra”. A sei mesi inizia a portarli con la muta, ma senza legarli, in modo che vedano come funziona il meccanismo. Stavolta si è portato Freya, una splendida cagnetta bianca dall'aspetto civettuolo e dall'indole timidissima. Tra un paio di settimane la legherà insieme agli altri. L'istinto e l'emulazione la porteranno in un paio di mesi ad apprendere i segreti del perfetto husky, come sbrigliarsi in corsa quando le corde si sovrappongono oppure come farla senza fermarsi (questo credo lo imparino in fretta). I più sensibili ai comandi vocali e i più curiosi e attenti a quanto accade intorno diventano leader, cioè capo muta, e vengono messi in prima fila. Per la gioia delle femministe Matti mi informa che sono più spesso cagne che non maschi.

    Gli chiedo cosa succede quando i suoi cani diventano troppo vecchi per trainare la slitta. “Li uccido”, mi risponde. Lo dice senza particolare emozione, e nonostante tutto è un ragazzo sensibile. Ma così va la vita da queste parti.

    L'effetto dei meno 25 gradiL’indomani mattina, stamattina cioè, Tricia, ristabilitasi, mi sveglia con un sussurro per farmi notare il chiarore rosa all’orizzonte. In men che non si dica siamo pronti, non senza la rituale visita alla piccola casa. Ma uscire oggi è uno shock. La temperatura si è abbassata notevolmente; diversamente dai giorni precedenti mi è impossibile stare all’aperto a mani nude, perché le stesse iniziano a bruciare letteralmente di freddo. Sparo qualche scatto ma è duro, il freddo rende difficile respirare, lo scambio di ossigeno è meno efficace, anche da fermi si ha il battito accelerato ed il fiato corto. Meno 20 gradi, sentenziano i due esperti della situazione, ma sono ottimisti. A Jokkmokk, cioè ad un’altitudine inferiore, scopriremo che stamane hanno contato meno 29 gradi, e non vedo alcun motivo per cui qui in altura debba fare più caldo. Rientro velocemente, anche perché il cielo si è coperto del tutto.

    Le ore successive passano nei preparativi per il rientro. Si fanno gli zaini, si ripulisce la baita, si caricano le slitte, si tolgono le palizzate servite a bloccare i cani. Arriviamo così verso mezzogiorno, e quando ormai abbiamo imbragato i cani e siamo pronti al primo “yaa!” sbuca un sole inaspettato ed il cielo si fa repentinamente azzurro. La luce inonda le montagne intorno a noi, e tutto quello scenario meraviglioso che fa da corona al lago e che ci è stato negato finora si rivela in tutta la sua magnificenza. Non so se essere contento di poterlo vedere o incazzato per non averlo visto quando mi serviva.

    Partiamo. Se all’andata il problema era stancarsi alla guida, ed i cambi di posto avevano questo senso, ora il problema è opposto. Decidiamo frequenti cambi di guida perché chi resta fermo sulla slitta gela in pochi minuti! Guidare è ora un’attività piacevolmente riscaldante.

    Parto io, ed il vento è subito un calcio nello stomaco. È un freddo che non ho mai provato, rapidamente baffi e ciglia si arricchiscono di graziosi merletti bianchi di ghiaccio. Ma mi scaldo nel resto del corpo e quindi va bene così. Lo scenario è indicibile. Le betulle prima, gli abeti poi sono decorati con trine di neve fresca, al suolo ogni cosa è arrotondata, le alture candide fanno da quinta, la luce è tenera, smussata anche in pieno sole, soffice come la neve, almeno quanto è duro e tagliente il freddo.

    La neve è morbida, a dispetto della temperatura, i cani faticano, sprofondano sollevando nuvole di neve finissima che brilla come polvere in controluce. Questo tratto è lineare, i cani sono freschi, posso voltarmi in tutte le direzioni ed immergere la vista in questo paesaggio troppo bello e desiderato per essere vero. Ma è vero.

    Decine e decine di foto pronte ad essere scattate mi scorrono sotto gli occhi, inutilmente. Anche volendo fermarsi occorre limitarsi a quello che si può inquadrare dalla pista, poiché muoversi nella neve fresca è impossibile. Cerchiamo di accontentarci, ed alla prima sosta (Tricia è già un ghiacciolo) entrambi ci mettiamo a scattare a raffica come turisti in piazza San marco, forse anche per la rabbia dei giorni sprecati nel maltempo. La parte peggiore del percorso, un labirinto di curve strette, dossi e avvallamenti, ripide discese ed estenuanti salite, tocca a me, e mi impegna alquanto. Ma io mi diverto a guidare qualsiasi cosa, e questa sfida è davvero appassionante: spinte e frenate repentine, veloci cambi di peso, scodate ed impennate con la slitta che ricade pesantemente non appena la sua punta supera la cima di una cunetta.

    Quando torno a sedere il freddo è ancora aumentato. Non sento più il naso e tremo per il sudore in via di raffreddamento. Mi consolo ammirando la fantasmagoria di bianche forme che mi scorre accanto, mentre il sole scende e la sua luce diventa ogni minuto più calda. I boschi e le radure sono affollate di tracce: ermellini, pernici, volpi rosse, alci e cedroni. Di ognuna Matti ci indica il legittimo proprietario. Troviamo una pista di  ghiottone, animale anche qui quasi leggendario, fresca di non più di un paio d'ore.

    L'ultimo tratto si compie con il sottoscritto seduto nella slitta, incapace di compiere il più piccolo movimento per non aumentare il gelo che si insinua ovunque, con un principio di giramento di testa dovuto all'iperventilazione per il freddo. Quando scendo sono felice di potermi muovere ma davvero triste che l'avventura sia finita, soprattutto ora che ho visto la bellezza che questi luoghi possono regalare. E poi, diciamo la verità, mi sono divertito come un bambino. Mi mancheranno molto anche i cani, molti dei quali ho imparato a conoscere e chiamare per nome. Störlo, dagli splendidi occhi diafani affondati in un manto nero, Dennis, Geisha (i due cani da "cottage"), la giovane e sensuale Freya, Oskar bianco e scatenato, quasi impossibile da imbragare per l'entusiasmo di correre, Missie e Sissie, le due femmine leader. Ma anche gli altri, tutti splendidi a modo loro.

    Cani di infinita dolcezza ma con ancora qualcosa di selvatico nel modo di muovere la testa tutto all'intorno, di annusare e di fuggire il contatto per poi cercarlo un attimo dopo. Ma mentre levo l'imbragatura di Oskar con il gancio di fissaggio impossibile da trovare perché affondato in una palla di diarrea canina ghiacciata, questa poesia è ancora lungi dall'essere elaborata. Uso un altro gancio come strumento e riesco a staccare pian piano la massa marroncina ed a sganciare il cordino di tenuta. Poi corro a lavarmi le mani nella neve, come ho sempre fatto nei giorni scorsi. Solo che oggi è diverso, le mani sono subito prese da un bruciore intenso, e poi più nulla. Le picchio contro la tuta ma ho solo la sensazione della pressione, nessuna coscienza del contatto. Carichiamo le slitte e partiamo, sul fuoristrada nuovo fiammante di Matti. Si vede che gli affari ora gli vanno bene, lo so bene io che ne ho fatto parte...

     

    Porjus, Svezia, febbraio 2001